Mi sono fatta portavoce entusiasta del BLW per anni e lo sono ancora.
Non mi sono mai preoccupata che la B mangiasse abbastanza quando era piccola o che si strozzasse o cose così e mi sono gonfiata di orgoglio quando a poco più di un anno mangiava a tavola di tutto con la forchetta e il cucchiaio. Alla faccia di chi mi aveva dato contro. In tutta questa cosa del BLW, mi autostringo la mano per aver tenuto fede ai miei principi, nonostante lo scetticismo in famiglia, l'asilo a 7 mesi e la pompa per il latte nel bagno a lavoro.
Però quando l'anno scorso, di punto in bianco, la B si è trasformata in una gigantesca bega a tavola, ho iniziato a infilare una serie di errori e oggi che ho letto questo post di Andrea, mi si profilano tutti davanti uno più madornale dell'altro.
La frase 'se non assaggi, non lo sai' è stata detta e ridetta alla mia tavola, insieme a molte altre appartenenti alla sfera dei clichè gastronomici. Ho anche spesso offerto la forchetta con il cibo già infilzato della nuovo pietanza appena cucinata, puntualmente rifiutata.
È così facile cadere nella trappola del gioco di potere genitore/figlio, del vergognarsi del figlio riottoso, del sentirsi giudicati pessimi genitori. Questa cosa del BLW, che comunque continuo a ritenere un successo nel mio caso, per me è stato un po' come cosa succede dopo il lieto fine di qualunque favola abbiate letto. Un po' come vedere la principessa sfavata perchè le smancerie del principe azzurre le hanno, tutto sommato, un po' rotto le palle. Il lieto fine per la mia piccola BLWer è stato intorno all'anno e mezzo - due...
Adesso le cose vanno assai meglio, anche se non sono tornate ai fasti di un tempo, ma se solo mi fossi fermata a riflettere che baby led weaning è baby led anche se il baby è alto un metro e parla due lingue, sarei stata una madre migliore.
Monday, 27 October 2014
Saturday, 25 October 2014
Free to a good home
Il primo a partire è stato il Moses basket. Lo avevamo preso in una rara giornata di estate londinese, da una freecycler che viveva in una splendida casetta a Wandsworth, quando la mia pancia conteneva Jacopo, vivo, vegeto e scalciante. Mi ricordo addirittura come ero vestita. Erano le prime cose che iniziavamo a raccogliere. Quel giorno, io e John tornammo a casa con un sacco di accessori che non avremmo mai usato, a parte quel Moses basket. Quello fu conservato in un grande sacco nero, in un angolo nascosto, dietro il divano della nostra casa sul fiume a Eyot Gardens. Fu trasportato, un po' rattoppato, a Brentford. Pulito e profumato per accogliere la Bianca. Quando è stato il momento di traslocare oltreoceano, non ho avuto il cuore di disfarmene e me lo sono portato con me, insieme a un sacco di cose forse inutili. Fabio non e' mai stato particolarmente entusiasta di dormirci, quindi appena è diventato un poco stretto è stato passato a un'altra mamma propensa alla riduzione degli sprechi.Poi è stata la volta della vaschetta. La vaschetta ha una storia diversa perché per Jacopo non prevedevamo di prenderla, visto come era fatta la casa. Arrivò invece insieme alla Bianca, a mia insaputa, con una mandata di oggetti che per lo più ho trovato inutili e mai usato. La vaschetta invece è stata parecchio utile. La Bianca ci ha sguazzato per oltre un anno, fino a che non ha imparato a farsi la doccia. Per Fabio invece era già inutilizzabile da un po', perché il ragazzo è esagitato e adora sguazzare come un pesciolino e quindi per lui va già bene la vasca grande.
La sdraietta ci ha salutato l'altro ieri. Presa a pochi giorni dalla nascita della Bianca da un altro freecycler, ha salvato quasi tutti i miei pranzi a Londra, perché la Bianca adorava stare seduta a farsi dondolare e a guardarmi. Il fratello invece si scocciava dopo poco e adesso che sta seduto, si tuffa di sotto. Alla seconda capocciata è stato chiaro che anche la sdraietta aveva fatto il suo tempo. Ha continuato il suo viaggio in un'altra casa - Free to a good home è la formula che sono solita usare negli annunci.
Partiranno a breve altri sacchi di vestiti, la fascia da neonato e chissà quali altre cose che deciderò che non servono più. È triste e allo stesso tempo non lo è. Di sicuro è il segno tangibile dello scorrere del tempo e marca la chiusura - forse temporanea o forse no - di una fase della mia vita.
Wednesday, 22 October 2014
Di quando una vorrebbe incenerire tutto il guardaroba
Quello che mi sto apprestando a scrivere è un post di gretta auto commiserazione, ma penso di averne bisogno.
Fare figli è indubbiamente meraviglioso.
Ritrovarsi il corpo che ci si ritrova dopo che i figli sono usciti, molto meno.
Non riesco a prenderla per il verso giusto. Hai voglia te a cercare di convincersi che il corpo porta i segni del miracolo della vita, che a una certa età che cosa ti aspetti, che se ti metti a dieta e ci lavori sopra magari riesci a tornare più o meno (più o meno) come eri. Io non me ne faccio una ragione, mi faccio schifo. Non mi compro nulla di vagamente femminile da un anno e quasi mezzo, anzi, non mi compro quasi nulla da allora, tanta poca è la voglia che ho di provarmi cose davanti a uno specchio. Di dieta non se ne parla, e non solo perché allatto, ma perché non credo di esserne capace. Fondamentalmente io ho fame e mi piace mangiare. Esercizio fisico ci provo, nei limiti del tempo e delle possibilità: sono stata qualche volta a capoeira, a fare power walking e in bicicletta. Faccio anche planking ogni tanto, ma per ritirare su la situazione, qui, serve esercizio costante e io non ho banane, spesso sono stanca e trovo scuse bieche per saltare il turno e i bambini intorno non sempre aiutano a vincere la pigrizia.
Oggi sono stata costretta da un evento non calcolato a acquistare qualcosa di un po' piu' delineato di un sacco e questo post ne è il tragico risultato.
Se qualcuno ha qualche idea di cosa si possa fare per sentirsi belli nonostante il cedimento dei tessuti, me lo faccia sapere, per piacere.
Fare figli è indubbiamente meraviglioso.
Ritrovarsi il corpo che ci si ritrova dopo che i figli sono usciti, molto meno.
Non riesco a prenderla per il verso giusto. Hai voglia te a cercare di convincersi che il corpo porta i segni del miracolo della vita, che a una certa età che cosa ti aspetti, che se ti metti a dieta e ci lavori sopra magari riesci a tornare più o meno (più o meno) come eri. Io non me ne faccio una ragione, mi faccio schifo. Non mi compro nulla di vagamente femminile da un anno e quasi mezzo, anzi, non mi compro quasi nulla da allora, tanta poca è la voglia che ho di provarmi cose davanti a uno specchio. Di dieta non se ne parla, e non solo perché allatto, ma perché non credo di esserne capace. Fondamentalmente io ho fame e mi piace mangiare. Esercizio fisico ci provo, nei limiti del tempo e delle possibilità: sono stata qualche volta a capoeira, a fare power walking e in bicicletta. Faccio anche planking ogni tanto, ma per ritirare su la situazione, qui, serve esercizio costante e io non ho banane, spesso sono stanca e trovo scuse bieche per saltare il turno e i bambini intorno non sempre aiutano a vincere la pigrizia.
Oggi sono stata costretta da un evento non calcolato a acquistare qualcosa di un po' piu' delineato di un sacco e questo post ne è il tragico risultato.
Se qualcuno ha qualche idea di cosa si possa fare per sentirsi belli nonostante il cedimento dei tessuti, me lo faccia sapere, per piacere.
Friday, 17 October 2014
Diario di una mamma autosvezzante
A questo giro mi tocca.
L'altra volta ho fatto la gnorri, ma oggi mi sento che anche questa esperienza va condivisa.
Disclaimer: lungi da me voler evangelizzare qualcuno! Questo è il mio blog e riporto solo cronache, pensieri e esperienze.
Come alcuni avranno intuito, il mio metodo di maternage non è completamente mainstream. Nemmeno troppo strano a dire il vero, ma qui oramai mi hanno etichettato come quella con le cose alternative. La mia alternatività si manifesta sopratutto nell'uso dei pannolini lavabili.
Quando però, all'ennesima raccomandazione di borsa porta-cambio munita di scomparti per biberon e pappette, ho dovuto annunciare che io pappette mai ne ho fatte in vita mia, siamo entrati diretti come fusi in argomento Baby Led Weaning (BLW) / Autosvezzamento (AS). Allora si che tutti si sono convinti che sono alternativa e possibilmente matta.
In verità il BLW non ha nulla di alternativo. È il metodo di introduzione dei solidi più vecchio del mondo, quello che si usava prima che la società decidesse che alimentare un bambino equivalesse a medicalizzarlo (poppate a orari con tot di latte/latte artificiale/svezzamento precoce/baby food).
Nel BLW, quando un bambino mostra interesse per il cibo di famiglia, sta seduto senza aiuto e è capace di portarsi le mani alla bocca, gli si offre da mangiare. E lui, con calma, i suoi tempi, le sue capacità, mangia. O mangerà, quando sarà in grado di gestire il boccone e ingoiare.
No, non si strozza.
No, non lo so quanto ha mangiato.
No, non sostituisco la poppata e allatto ancora lo stesso numero di volte, che però non so quanto è perché allatto a richiesta e la richiesta cambia a seconda del giorno.
Questa è l'intro.
Con Fabio da qualche tempo abbiamo iniziato.
Oggi spaghetti.
Questo è il risultato
Se l'osservatore attento fa la sottrazione del numero di spaghetti sopra e sotto il seggiolone, può concludere quanto spaghetto/netto è andato in corpo.
L'altra volta ho fatto la gnorri, ma oggi mi sento che anche questa esperienza va condivisa.
Disclaimer: lungi da me voler evangelizzare qualcuno! Questo è il mio blog e riporto solo cronache, pensieri e esperienze.
Come alcuni avranno intuito, il mio metodo di maternage non è completamente mainstream. Nemmeno troppo strano a dire il vero, ma qui oramai mi hanno etichettato come quella con le cose alternative. La mia alternatività si manifesta sopratutto nell'uso dei pannolini lavabili.
Quando però, all'ennesima raccomandazione di borsa porta-cambio munita di scomparti per biberon e pappette, ho dovuto annunciare che io pappette mai ne ho fatte in vita mia, siamo entrati diretti come fusi in argomento Baby Led Weaning (BLW) / Autosvezzamento (AS). Allora si che tutti si sono convinti che sono alternativa e possibilmente matta.
In verità il BLW non ha nulla di alternativo. È il metodo di introduzione dei solidi più vecchio del mondo, quello che si usava prima che la società decidesse che alimentare un bambino equivalesse a medicalizzarlo (poppate a orari con tot di latte/latte artificiale/svezzamento precoce/baby food).
Nel BLW, quando un bambino mostra interesse per il cibo di famiglia, sta seduto senza aiuto e è capace di portarsi le mani alla bocca, gli si offre da mangiare. E lui, con calma, i suoi tempi, le sue capacità, mangia. O mangerà, quando sarà in grado di gestire il boccone e ingoiare.
No, non si strozza.
No, non lo so quanto ha mangiato.
No, non sostituisco la poppata e allatto ancora lo stesso numero di volte, che però non so quanto è perché allatto a richiesta e la richiesta cambia a seconda del giorno.
Questa è l'intro.
Con Fabio da qualche tempo abbiamo iniziato.
Oggi spaghetti.
Questo è il risultato
![]() |
| Bimbo che mangia |
![]() |
| Bimbo che ha mangiato |
Però lui si è tanto divertito.
Tuesday, 14 October 2014
L'ignoranza è un bene
Di fronte a una nuova sfida, confronto, esame di sorta, il mio cervello funziona negando il negabile.
Non so nulla, non voglio sapere, non voglio andare, voglio restare nella mia beata ignoranza e nel torpore delle serie TV.
Questo stato di negazione persiste finché non si arriva alle porte con i sassi, quando lascia il posto a panico concitato e molesto, corroborato, di solito e per fortuna, da una discreta dose di produttività.
Poi il panico velocemente smonta in un misto di menefreghismo coatto e di delirio di onnipotenza in cui le frasi "m'importa una sega" e "sono imbattibile" si alternano, lampeggiando a caratteri cubitali davanti a due occhi, i miei, a quel punto iniettati di sangue e follia.
Questo circolo aureo si ripete per qualunque cosa debba affrontare, da un viaggio intercontinentale itinerante da sola con 2 bambini e 6 valigie, a un esame medico o un colloquio di lavoro. Se non altro il vantaggio è che sto (quasi sempre) tranquilla fino a che non è troppo tardi per tirarsi indietro e a quel punto che sono in ballo... ballo. Lo svantaggio è che quasi mai sono sufficientemente preparata a affrontare quello che mi si para davanti e questo fa si che debba spesso ricorrere a una buona dose di improvvisazione.
Tale dote mi ha salvato in passato in numerose occasioni, tipo alle interrogazioni al liceo, però mi pare con gli anni stia perdendo il suo smalto. Speriamo che non mi lasci a piedi nel prossimo futuro.
Di sicuro noto un cambiamento in questo incipit dei miei secondi 40 anni: il tempo di dimostrare per me è finito. A chi piaccio piaccio, a chi non piaccio pace. Sento che per me è arrivato il tempo di sedersi, gongolare e possibilmente godersela - pur rimettendosi in gioco, quello sempre.
Non so nulla, non voglio sapere, non voglio andare, voglio restare nella mia beata ignoranza e nel torpore delle serie TV.
Questo stato di negazione persiste finché non si arriva alle porte con i sassi, quando lascia il posto a panico concitato e molesto, corroborato, di solito e per fortuna, da una discreta dose di produttività.
Poi il panico velocemente smonta in un misto di menefreghismo coatto e di delirio di onnipotenza in cui le frasi "m'importa una sega" e "sono imbattibile" si alternano, lampeggiando a caratteri cubitali davanti a due occhi, i miei, a quel punto iniettati di sangue e follia.
Questo circolo aureo si ripete per qualunque cosa debba affrontare, da un viaggio intercontinentale itinerante da sola con 2 bambini e 6 valigie, a un esame medico o un colloquio di lavoro. Se non altro il vantaggio è che sto (quasi sempre) tranquilla fino a che non è troppo tardi per tirarsi indietro e a quel punto che sono in ballo... ballo. Lo svantaggio è che quasi mai sono sufficientemente preparata a affrontare quello che mi si para davanti e questo fa si che debba spesso ricorrere a una buona dose di improvvisazione.
Tale dote mi ha salvato in passato in numerose occasioni, tipo alle interrogazioni al liceo, però mi pare con gli anni stia perdendo il suo smalto. Speriamo che non mi lasci a piedi nel prossimo futuro.
Di sicuro noto un cambiamento in questo incipit dei miei secondi 40 anni: il tempo di dimostrare per me è finito. A chi piaccio piaccio, a chi non piaccio pace. Sento che per me è arrivato il tempo di sedersi, gongolare e possibilmente godersela - pur rimettendosi in gioco, quello sempre.
Friday, 3 October 2014
A volte bisogna sputare fuori veleno
"C'è un posto dentro te in cui fa freddo, è il posto in cui nessuno è entrato mai, quella che non sei"
Ho sempre pensato che queste parole di Ligabue mi descrivessero alla perfezione e non mi sono mai capacitata di come le persone che avevo più vicine non lo vedessero. Era così chiaro. Eppure le lacrime che puntualmente scendevano ogni volta che quella frase risuonava nell'aria, hanno sempre colto tutti di sorpresa.
Oggi ho letto un post che mi ha ricordato che quel posto, gelido, oscuro, sepolto chissà dove, è sempre lì e lì sempre sarà.
La mia mamma è morta che aveva esattamente la mia età, anzi no, qualche mese di più. Aveva 40 anni e 9 mesi. La mia età più il tempo che le ci era voluto a fare me. Ho sofferto tutta la vita la sua mancanza, come è ovvio che sia. Da quando però sono mamma, non faccio che pensare a come si debba essere sentita lei quando ha saputo che inesorabilmente non ci avrebbe visto crescere. Quella rabbia che alberga dentro di me da sempre, ha preso nuovi contorni e raggiunto nuove sfumature di nero.
L'anno scorso scrissi un post su come, inconsciamente, abbia sempre pensato che avrei subito lo stesso destino di mia madre. Lo penso sotto sotto anche ora e questo spiega molto del mio iper-cinetismo o della mia avversione verso i medici. Ma se solo sfioro il pensiero di dover lasciare i miei figli, sento che quel buco nero diventa una voragine immensa e senza fondo e ho paura anche solo a affacciarmici.
Eppure prima o poi dovrò prendere il coraggio a due mani e tuffarmici dentro, con la speranza di risalire e essere una persona migliore.
Ho sempre pensato che queste parole di Ligabue mi descrivessero alla perfezione e non mi sono mai capacitata di come le persone che avevo più vicine non lo vedessero. Era così chiaro. Eppure le lacrime che puntualmente scendevano ogni volta che quella frase risuonava nell'aria, hanno sempre colto tutti di sorpresa.
Oggi ho letto un post che mi ha ricordato che quel posto, gelido, oscuro, sepolto chissà dove, è sempre lì e lì sempre sarà.
La mia mamma è morta che aveva esattamente la mia età, anzi no, qualche mese di più. Aveva 40 anni e 9 mesi. La mia età più il tempo che le ci era voluto a fare me. Ho sofferto tutta la vita la sua mancanza, come è ovvio che sia. Da quando però sono mamma, non faccio che pensare a come si debba essere sentita lei quando ha saputo che inesorabilmente non ci avrebbe visto crescere. Quella rabbia che alberga dentro di me da sempre, ha preso nuovi contorni e raggiunto nuove sfumature di nero.
L'anno scorso scrissi un post su come, inconsciamente, abbia sempre pensato che avrei subito lo stesso destino di mia madre. Lo penso sotto sotto anche ora e questo spiega molto del mio iper-cinetismo o della mia avversione verso i medici. Ma se solo sfioro il pensiero di dover lasciare i miei figli, sento che quel buco nero diventa una voragine immensa e senza fondo e ho paura anche solo a affacciarmici.
Eppure prima o poi dovrò prendere il coraggio a due mani e tuffarmici dentro, con la speranza di risalire e essere una persona migliore.
Tuesday, 30 September 2014
Confusione
Mi sento confusa.
Ho rinunciato a fare piani anni fa quando ho capito che, nel mio caso specifico, i piani andavano sempre all'aria e questo mi creava uno stress insopportabile. Ho quindi smesso di pianificare e mi sono sentita meglio. Adesso però mi sento in un limbo che inizia a darmi fastidio. Non so se come e quando cercare lavoro, quale lavoro e di che tipo. Non so se dare via o no la roba di F perché non so se voglio o no insistere per provare a avere un altro figlio (l'ultimo giuro). Non so se questa girandola di potenziale maternità prolungata è compatibile con la ricerca di lavoro (non ancora definito). Non so se e quanto staremo a Houston e se ci piace davvero stare in USA, o se vogliamo tornare in Europa e dove o addirittura varcare i confini di un altro continente.
È tutto talmente confuso e vago che mi viene solo voglia di dormire.
Non so per quanto ancora posso dare la colpa alla prolattina di questo torpore mentale e fastidio per l'ignoto. Ho usato la parola fastidio, non paura, perché la paura mi è estranea in questo momento. Può sembrare delirio di onnipotenza, ma è la verità. Non ho paura, sono infastidita.
Arriverò a un punto in cui dovrò dare un senso alla mia esistenza odierna, ma cosa definirà questo punto davvero non lo so.
Quando in casa si parla della possibilità di spostarsi di nuovo, il sentimento principale è eccitazione, come se mi chiamassero per una nuova missione o avventura. Poi subentra anche la fatica del ripartire da capo, ma in tutta onestà è un sentimento secondario. Il primo è eccitazione.
Forse avrei dovuto vivere una vita del tutto diversa. Avrei dovuto partire per missioni brevi a giro per il mondo e tornare sempre a casa a Firenze. Questa forse sarebbe stata la vita che mi si addiceva.
O forse sarei dovuta nascere in un secolo diverso, maschio e fare l'avventuriero.
Ho rinunciato a fare piani anni fa quando ho capito che, nel mio caso specifico, i piani andavano sempre all'aria e questo mi creava uno stress insopportabile. Ho quindi smesso di pianificare e mi sono sentita meglio. Adesso però mi sento in un limbo che inizia a darmi fastidio. Non so se come e quando cercare lavoro, quale lavoro e di che tipo. Non so se dare via o no la roba di F perché non so se voglio o no insistere per provare a avere un altro figlio (l'ultimo giuro). Non so se questa girandola di potenziale maternità prolungata è compatibile con la ricerca di lavoro (non ancora definito). Non so se e quanto staremo a Houston e se ci piace davvero stare in USA, o se vogliamo tornare in Europa e dove o addirittura varcare i confini di un altro continente.
È tutto talmente confuso e vago che mi viene solo voglia di dormire.
Non so per quanto ancora posso dare la colpa alla prolattina di questo torpore mentale e fastidio per l'ignoto. Ho usato la parola fastidio, non paura, perché la paura mi è estranea in questo momento. Può sembrare delirio di onnipotenza, ma è la verità. Non ho paura, sono infastidita.
Arriverò a un punto in cui dovrò dare un senso alla mia esistenza odierna, ma cosa definirà questo punto davvero non lo so.
Quando in casa si parla della possibilità di spostarsi di nuovo, il sentimento principale è eccitazione, come se mi chiamassero per una nuova missione o avventura. Poi subentra anche la fatica del ripartire da capo, ma in tutta onestà è un sentimento secondario. Il primo è eccitazione.
Forse avrei dovuto vivere una vita del tutto diversa. Avrei dovuto partire per missioni brevi a giro per il mondo e tornare sempre a casa a Firenze. Questa forse sarebbe stata la vita che mi si addiceva.
O forse sarei dovuta nascere in un secolo diverso, maschio e fare l'avventuriero.
Monday, 22 September 2014
Sull'obbedienza (o ubbidienza?)
I miei figli non sono la quintessenza dell'ubbidienza.
Quello piccino e' ancora piccino quindi non conta, ma quella grande di sicuro non fa tutto quello che le si dice. Questo suo atteggiamento "ribelle" mi ha messo assai in difficoltà in passato, specie quando la scenata anarchica si consumava in pubblico.
Per vincere lo sgomento, mi sono messa a riflettere. Intorno ai 2 anni i bambini crescono e iniziano a testare i propri limiti e il proprio raggio di azione. Questo si sa. Testano anche i genitori e fin dove può arrivare la loro libertà e potere decisionale. Fa parte della crescita e bisogna permetterglielo. Prenderlo di buon grado e rispettarlo. Il manuale vuole che si mantenga anche sempre una calma zen, si parli sottovoce, si abbracci e si comprenda il piccolo indemoniato che si rotola al suolo.
Però quando questi esperimenti di crescita, in passato, sono esplosi tipo in mezzo a un negozio, personalmente, seppur fossi consapevole, avrei voluto scavare una buca e seppellirsi lì, nel reparto junior. Avrei voluto scacciare tutti gli sguardi degli avventori che avranno pensato che pessimo genitore fossi, totalmente incapace di farmi ubbidire. Avrei anche desiderato che la figlia in crescita si trasformasse in un androide telecomandato e eseguisse a bacchetta tutto quello che le veniva ordinato.
Ne sono talvolta seguite scene insensate di cui risparmio il racconto e di cui poi mi sono magari anche vergognata.
Nelle pause riflessive di cui sopra, una volta sturatasi la vena, mi è però venuto da pensare che, più che la disobbedienza in sé, mi rompeva l'affronto all'autorità materna e, sopratutto, la figura di merda.
Focalizzati questi semplici punti, le volte successive, dopo un veloce ripasso del mantra inspira-pace interiore-espira, mi sono ripetuta che i figli non sono soldati e che il viaggio per diventare adulti consapevoli, capaci di decisioni indipendenti e maturi, passa anche per quella bizza in quel negozio. Allora le cose sono andate meglio e mi sono sentita di aver fatto qualche passo avanti sul come pormi di fronte a certe scene pietose.
Quella grande adesso è molto più "ubbidiente". Quando le viene chiesto qualcosa, se lo reputa sensato, lo fa senza replicare. Quando le viene detto un no, se la spiegazione la convince, lo accetta di relativo buon grado. Quando le si richiede aiuto, raramente lo nega. Quella grande adesso ha compiuto 3 anni e sta crescendo. Io respiro di sollievo. Fino alla prossima.
È molto lontana dall'ubbidire agli ordini come un soldato. Ma magari è un bene.
Quello piccino e' ancora piccino quindi non conta, ma quella grande di sicuro non fa tutto quello che le si dice. Questo suo atteggiamento "ribelle" mi ha messo assai in difficoltà in passato, specie quando la scenata anarchica si consumava in pubblico.
Per vincere lo sgomento, mi sono messa a riflettere. Intorno ai 2 anni i bambini crescono e iniziano a testare i propri limiti e il proprio raggio di azione. Questo si sa. Testano anche i genitori e fin dove può arrivare la loro libertà e potere decisionale. Fa parte della crescita e bisogna permetterglielo. Prenderlo di buon grado e rispettarlo. Il manuale vuole che si mantenga anche sempre una calma zen, si parli sottovoce, si abbracci e si comprenda il piccolo indemoniato che si rotola al suolo.
Però quando questi esperimenti di crescita, in passato, sono esplosi tipo in mezzo a un negozio, personalmente, seppur fossi consapevole, avrei voluto scavare una buca e seppellirsi lì, nel reparto junior. Avrei voluto scacciare tutti gli sguardi degli avventori che avranno pensato che pessimo genitore fossi, totalmente incapace di farmi ubbidire. Avrei anche desiderato che la figlia in crescita si trasformasse in un androide telecomandato e eseguisse a bacchetta tutto quello che le veniva ordinato.
Ne sono talvolta seguite scene insensate di cui risparmio il racconto e di cui poi mi sono magari anche vergognata.
Nelle pause riflessive di cui sopra, una volta sturatasi la vena, mi è però venuto da pensare che, più che la disobbedienza in sé, mi rompeva l'affronto all'autorità materna e, sopratutto, la figura di merda.
Focalizzati questi semplici punti, le volte successive, dopo un veloce ripasso del mantra inspira-pace interiore-espira, mi sono ripetuta che i figli non sono soldati e che il viaggio per diventare adulti consapevoli, capaci di decisioni indipendenti e maturi, passa anche per quella bizza in quel negozio. Allora le cose sono andate meglio e mi sono sentita di aver fatto qualche passo avanti sul come pormi di fronte a certe scene pietose.
Quella grande adesso è molto più "ubbidiente". Quando le viene chiesto qualcosa, se lo reputa sensato, lo fa senza replicare. Quando le viene detto un no, se la spiegazione la convince, lo accetta di relativo buon grado. Quando le si richiede aiuto, raramente lo nega. Quella grande adesso ha compiuto 3 anni e sta crescendo. Io respiro di sollievo. Fino alla prossima.
È molto lontana dall'ubbidire agli ordini come un soldato. Ma magari è un bene.
Saturday, 20 September 2014
40 anni e non sentirli
Stanotte, per ignorare il fastidio provocato dallo scoccare di QUELLA mezzanotte, mi sono messa a leggere compulsivamente blog. E, cosa che non faccio mai, commenti ai post.Sono incappata in una diatriba furiosa sul metodo Estevill sul blog di Nonsolomamma con attacchi e contrattacchi da parte di entrambe le fazioni. Attacchi e contrattacchi anche all'autrice del post, post che però è scritto in chiave ironica, non ha pretese di proselitismo ed è solo divertente.
Mi è quindi venuto da pensare un paio di cose abbastanza sconnesse fra di loro, come sono io a quest'ora e quest'età:
1) quando non c'ho più voglia di ragionare di Estevill si o no, poppe e pappe, nanne e affini,
2) quanto non sarei pronta a ricevere commenti a un mio post in cui mi si offende o critica in maniera distruttiva.
Per cui, dall'alto dei miei 40 anni esatti (sono le 00.45 del giorno del mio compleanno), dichiaro che, se mai dovesse succedere che qualche commento non mi piacerà, lo cancellerò.
Perché la democrazia non funziona tanto bene, in alcuni casi.
Thursday, 18 September 2014
Quattro
Di dolore forse non si può più nemmeno parlare. È forse più un intorpidimento, come una ferita profondissima che sì, si è rimarginata e non fa più male, ma ha reso insensibile quella parte del corpo.
Di te in casa si parla, ogni tanto. Il tuo nome viene fuori, non molto spesso. Quando mi chiedono se Fabio è il secondo figlio, spesso rispondo titubando di sì, contravvenendo a quanto mi ero tempo addietro giurata. C'è una parte di me che ogni volta che dice sì sobbalza. Un'altra pensa che non sia giusto guastare la giornata del sorridente interlocutore tirando in ballo un argomento tanto doloroso.
Ti vedo spesso, a tavola accanto alla Bianca, l'unico con i capelli neri del vostro babbo. Ti immagino parlare con l'accento inglese, un po' più duro a morire di quello di tua sorella. Ti penso relazionarti ai tuoi fratelli. Avresti potuto insegnare alla Bianca (un po' polenta) a andare a modo sullo scooter, o avresti potuto giocare con Fabio con la delicatezza di un fratello maggiore. Tutto questo per dire che ti porto sempre con me, che in questa famiglia rumorosa e un po' matta manca sempre qualcosa. Manchi tu e nessuno dei tuoi fratelli riuscirà a rimpiazzare il posticino vuoto che hai lasciato. Voglio però che tu sappia che la tua mamma adesso sta più o meno bene e che è la mamma che è anche grazie a te. E infondo le piace essere la mamma che è.
I tuoi fratelli hanno entrambi una piccola macchia bianca sul fianco destro. Uguale. Nello stesso punto. Mi piace pensare che sia stata la tua mano che li ha toccati quando sono nati e che tu sia con loro, in una forma o nell'altra.
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