Il 26 agosto e` iniziata la scuola per tutti e due, 3rd grade e kindergarten.
Il 2 settembre, lunedi`, sono partita per Montreal, per il congresso mondiale di Molecular Imaging, con non pochi pensieri in testa.
La domenica dell'8 settembre sono arrivata a casa un po' dopo l'ora di pranzo. John aveva gia` la valigia pronta. Dopo un paio d'ore, lo abbiamo accompagnato all'aereoporto, in partenza per New York, dove pianificava di stare almeno fino a fine anno, se non per sempre. Mi sono sentita stordita, contenta, triste, incazzata, sollevata e parecchi altri sentimenti tutti insieme.
La sera dell'8 settembre, verso le 9, all'ora della nanna, ho realizzo che entrambi i miei figli avevano i pidocchi (perche` se non siamo Fantozzi non va bene). Ne segue una corsa a CVS, una serie di shampi e lavatrici, una serie di madonne che pareva il giorno del giudizio e la realizzazione che chi ben comincia - la sua carriera da mamma single - e` meta` dell'opera.
E cosi` e` iniziata questa nuova avventura, con il marito la` e noi qua, di giorni fatti di routine e fine settimana decisamente piu` corti, ma ricchi del solito. La cosa che ho trovato piu` difficile e` stare sola con i miei pensieri, senza sfogo o confronto. Invece, contro ogni aspettativa, i miei figli sono riusciti a cavarsela grandemente. Di fatto, avere un genitore solo ha dei vantaggi: senza il babbo, la routine e` stata piu` rigida, ma le regole a volte piu` rilassate, le discussioni inesistenti per mancanza della controparte comunicativa, le beghe solo nella mia testa, quindi dal loro punto di vita, tutto e` sempre andato benone. Almeno a loro, a quanto pare, sono riuscita a trasmettere un minimo di stabilita`, quella che invece, manca assai.
Il 2019 finisce oggi ed e` stato uno di quegli anni che se ne e` andato via in un soffio, lasciandoci ancora appesi al filo dell'incertezza. Personalmente, inizio a non poterne piu`.
Che ho fatto non me lo ricordo. Ora provo a scriverlo.
Sono stata a Londra, in Scozia, in Cina ed in Italia. A Montreal, a Little Rock, San Antonio, Cincinnati, New York e New Orleans. Ho un mio tracciante che (forse) entrera` in clinical trial, ho pubblicato 5 o 6 papers, ho ricevuto un aumento di stipendio ed un bonus. Ho fatto passi importanti verso un maggiore benessere fisico e mentale, ho rinnovato consistentemente il mio guardaroba adeguandolo a una stile sciura-di-mezza-eta`, ho pedalato per 2693 miglia (4334 Km), in 173 ore e 36 minuti, con un totale di 1103 m di dislivello .
Eppure non mi pare di aver compicciato nulla e l'unica cosa che ho in capo e` che non sono dimagrita quanto vorrei.
C'e` un sacco di roba che bolle in pentola nella mia famiglia, non tutta porterà necessariamente a cambiamenti facili e altra richiederà aggiustamenti non da poco nelle routine familiari.
Tanto per movimentare ancora più le cose, quest'anno, per motivi di lavoro, noi 4 Calabreeze non abbiamo potuto pianificare una vacanza di famiglia.
Questo ha fatto si` che prendessi la decisione del secolo di sbolognarmi da sola due viaggi anda e rianda in Italia, il primo per portare in là la B ed il secondo, con F, per andarla a riprendere.
E così, ieri, io e la prole siamo rientrati, dopo 24 ore di viaggio, all'ovile. La B, a 8 anni appena compiuti, ha passato in tutto 2 mesi e 10 giorni su suolo italico, di cui 6 settimane... da sola.
In questi due mesi o poco più, è stata a Roma, Genova, Firenze e dintorni, in mari toscani e liguri, in Sicilia al mare fra Trabia e San Vito lo Capo, su e giù per la penisola insomma, fra spiagge, città e campagne di ogni tipo e gradazione.
Ha probabilmente visto più lei, a 8 anni, in una sola estate, di quanto un americano medio vede in una vita intera.
Ma cosa le sarà rimasto in testa? Come sarà stata davvero questa esperienza in solitaria in una terra che è la sua per origine, ma che è anche dall'altra parte del mondo rispetto a ciò che lei chiama casa?
Avremo un inverno intero per rielaborare questa strana estate, ma posso dire che, a caldo, mi pare che sia stata parecchio bene. La seconda cosa che mi ha detto, appena mi ha visto dopo 6 settimane, è che non vede l'ora di rivedere i cugini. La prima è che le sono mancata tanto, e che è stato difficile a volte, stare senza la mamma. Come era ovvio che fosse.
Conosco così bene quella sensazione. Di gioia mista a tristezza. Di divertimento misto a nostalgia. Di sentire che sempre manca qualcosina. Mia figlia è una emigrante per nascita. Non ha scelto lei questa vita, le è toccata ed ora anche lei sa che non è una vita facile. Però è una vita piena, che regala tante emozioni, tanti posti, tante storie, tanti amici diversi e colorati, tante lingue parlate con naturalezza.
Regala rentirsi cittadini del mondo... e veramente a casa da nessuna parte. È una vita bipolare.
Durante le chiamate serali, quando la nostalgia si facena sentire forte al momento di andare a dormire, le ho ripetuto sempre che doveva pensare alle cose belle che aveva vissuto durante quella giornata, quelle avrebbero aiutato a scacciare la tristezza.
"i giorni passano veloci e a casa torni presto, amore, ma quello che vivi li adesso, quello è un tesoro che porterai nel cuore per un anno intero, se non per sempre".
Lo dicevo a lei e a me allo stesso tempo. Io ho imparato, un po', dopo 13 anni. Lei (loro) avrà meno difficoltà, perchè questa vita bipolare è la sua, e non ne conosce altre.
Non credo che le rimanga il ricordo del Colosseo, o del duomo di Firenze, o del porto di Genova, ma spero si ricordi della gita a Roma col suo amico L, del ricamo che ha imparato dalle nonne pistoiesi, dei giochi coi cugini ai giardini del Luzzati, dei gelati e della focaccia, dei tuffi fra le onde del mare di Varazze e dei pesci in quello Siciliano, dei delfini visti mentre tornavamo a casa in barca, dei nonni e degli zii e del gioco di scopa con le carte siciliane che ha imparato a usare.
"Mamma lo so che te non le sai usare, perchè quelle toscane sono diverse, ma te lo insegno io"
Non vedo l'ora di vedere che cosa mi insegnerà, negli anni a venire, questa bambina di terza generazione, e quali avventure mi regalerà.
p.s.
F quest'anno è rimasto a casa con noi e si è vissuto quasi due mesi da figlio unico. Non sarà l'oggetto di un post, ma se l'è spassata alla grande!
Non credo che mi sentirei a posto con me stessa se non documentassi questa fase della mia vita sul mio blog.
Per chi mi ha seguito durante gli utimi 6 mesi su Facebook, o peggio ancora, è costretto a vedermi tutti i giorni, non ho nulla di nuovo da dire. Ho detto tutto qua e non vi tedierò oltre. Ci si vede al prossimo post.
Per il resto del mondo...
Lo scorso weekend abbiamo completato la BP MS150, un evento ciclistico che dura due giorni e che consiste nell'andare in bici da Houston a Austin, che sono approssimativamente 150 miglia. Per chi odia il sistema imperiale, sono 278 Km. Approssimativamente la distanza che c'è fra Firenze e Roma. Noi ne abbiamo fatti esattamente 281.8 di Km, in due tappe, nella campagna texana, che non è affatto tutta pari come pare in macchina. La campagna texana è il regno del falsopiano.
È stato un viaggio notevole, mentale e fisico intendo, da gennaio quando abbiamo cliccato sul tasto "registrati" a l'altro ieri.
A gennaio la Fede era una tipa a cui piaceva andare in bicicletta, assolutamente ibrida da strada, che usava la bici per andare a lavoro la mattina, per portare i figlioli a scuola, per andare a fare una gita la domenica.
A fine aprile la Fede è una tipa che possiede una bici da corsa con asta in carbonio, 4 jersey con le taschine dietro, due calzoncini imbottiti, guanti, due caschi e due giacche antivento. Il guardaroba ciclistico si allarga ogni volta che la Fede apre eBay - si perchè la Fede resta tirchia e la roba tecnica costa irragionevoltemente troppi soldi. La Fede pedala 60 Km senza fermarsi nemmeno una volta (è Pistoia-Firenza anda e rianda, gente), a una velocità media 27 Km/h e le girano anche perchè il gruppo che ha deciso di seguire sta andando troppo piano. La Fede conosce marche di bici da corsa e le distingue da quelle di mountain bike. La Fede è passata al lato oscuro e si è trasformata in un essere che in Australia è conosciuto come MAMIL, che sta per Middle Age Man In Lycra. Si proprio quell'essere che fino qualche mese fa ha preso per il culo fino alla morte.
E perchè lo ha fatto? Perchè ha riscoperto quel senso di libertà che solo lo sci le sapeva regalare, e siccome non scia da tempo immemorabile, aveva assolutamente dimenticato. Se non ti fai prendere la mano, la bici non comprende ansia da prestazione, la bici non costa soldi insensati, la bici è in garage e quando hai voglia la pigli e vai. Lei è tua amica.
Cosa è rimasto costante, è l'avversione per i gruppi a stampo militaresco. Abbiamo pensato un sacco, io e J, se unirsi a una squadra o restare indipendenti. Alla fine abbiamo optato per la seconda soluzione. Nell'ultimo mese siamo andati a allenarsi con la squadra di una birreria locale (che poi tanto locale non è più perchè si è venduta a una multinazionale, ma questa è un'altra storia). Corse super ben organizzate, birra gratis alla fine, fiori colori e palloncini, che quasi eravamo pentiti per aver fatto quelli diversi. Poi invece li ho visti l'altro giorno dall'angolo giusto, tutti insieme in massa con la divisa, i maschi alfa in testa, tutti al solito passo, con i leader e le regole e m'è presa un po' d'orticaria. Non credo di poter far parte di nessuna squadra io, se non di quella dei messicani a cui ci siamo uniti, che le regole manco sanno che sono.
Ma a parte questa riflessione filosofica sul mio essere spirito libero, credo che la MS150 sia solo l'inizio di una lunga serie di corse che segneranno i miei anni futuri da atleta.
Al momento, il goal è perdere altri 3 Kg almeno, comprare un altra po' di roba tecnica e segnarmi al prossimo evento, che sarà a ottobre, e che prevede un'altra raccolta fondi.
Per la gioia di chi mi sta intorno.
L'ultima volta che ho manifestato era contro la riforma Gelmini. Feci una lezione in piazza sulla chimica in cucina, annunciando al popolo che, se nulla fosse cambiato, l'anno successivo avrei ingrossato le fila dei cervelli in fuga. Non immaginavo quanta verità fosse contenuta in quelle parole.
Era il 2005. L'anno dopo partii per Londra e non ho più manifestato per nulla.
Stamani mi sono svegliata alle 7, come al solito. John è in California, i bambini mi russavano addosso. Mi sono ricordata che era il 24 marzo e che John ci teneva tanto. Ma avevo anche parecchio sonno, e, poi, chi me faceva fare da sola con i figlioli?
Alle 7.30 era sveglia anche la Bianca, più o meno. "Andiamo a una manifestazione?' "Cos'è mamma? Dobbiamo camminare tanto? No dai..." "È un modo che i cittadini hanno di dire a chi ci rappresenta - NO, THANK YOU -" Alle 8 eravamo tutti in piedi con caffè e succo di mela, pronti per approntarsi a partire. Alle 8.40 eravamo fuori casa, in direzione della fermata del tram. (Sì, Houston ha dei mezzi pubblici che anche funzionano, se uno li sapesse prendere). Il raduno era alle 9. Ho pensato che meglio tardi che mai.
Alle 9.40 eravamo a Tranquillity Park, luogo del raduno. Alla fermata di downtown abbiamo incontrato un gruppetto di signore di mezza età "Hai coraggio a venire sola con due bambini piccoli, ma è importante mostrare che non è solo per i ragazzi delle superiori" "Coraggiosa o matta, lo devo ancora decidere. Avete mica una penna?" Mi era sovvenuto che se avessi perso Fabio fra la folla, sarebbe stato interessante, quindi ho scritto a entrambi sul braccio il mio numero di cellulare. "Se vi perdete andare da una signora o da un poliziotto e dite di chiamare la mamma".
Tranquillity park era stracolmo di gente, cartelli, striscioni. Tanta, tanta, tanta gente. Tutti li a manifestare per una legge sul gun control. Perchè sì, nella Land of Freedom, nel 2018, è necessario tentare di convincere il governo che vendere armi di distruzione di massa a cani e porci non è una buona idea.
Ma questo conta poco, perchè questa classe dirigente non è eterna e i futuri leader erano lì, a urlare "this is what democracy looks like" e "gun control now".
Ho avuto le lacrime agli occhi e il groppo alla gola tutto il tempo. Ho manifestato tanto in gioventù. Ma oggi, oggi... oggi ha avuto un sapore diverso. Quello della paura per i miei figli, quello della consapevolezza che manifestare e basta serve a poco, quello della speranza di un cambiamento vero.
"Bianca la democrazia è quella cosa in cui noi decidiamo chi ci rappresenta attraverso il voto e se non ci sta a sentire non lo votiamo più. E questo è il nostro modo di dire - no, thank you -"
Poi siamo tornati a casa pian piano, sempre con il tram. E li ho portati a mangiare il pollo fritto, perchè se lo sono meritati: sono stati molesti, sì, ma non troppo. E hanno anche guardato Harry Potter sbracati sul divano mentre io facevo il cambio di stagione. Dopo un po' li ho sentiti che avevano spento la TV e che cantavano " Eh eh, oh oh, the NRA's got to go!". C'è speranza. Oh sì che c'è speranza.
We have failed our children, now let's walk behind them!
Ieri siamo stati al Rodeo, tutti e sei, i cinque Calabrese ed io.
Il Rodeo, che per quanto non-vegano, politicamente incorretto, white-supremazzista, pratica troglodita a me mi gasa a bestia, ha lasciato B&F abbastanza indifferenti.
Beh, F ha a più riprese enfatizzato il fatto che vuole diventare un cowboy o correre in groppa a una pecora come i bambini in gara, ma non mi son sembrati galvanizzati come ero io, ecco.
Invece si sono svegliati e intrippati alla grande al concerto a seguire. Suonavano gli Zac Brown Band, gruppo country a quanto pare pure famoso, di cui io ovviamente non avevo mai sentito parlare. A onor del vero, conoscevo due o tre canzoni, sentite chissà dove, ma come mi succede oramai da almeno 15 anni, figurati se avevo associato canzone a cantante.
La prima volta che sono stata a un concerto avevo tipo 14 anni e suonava tipo Claudio Baglioni.
Fabio ne ha 4 ed ha belle visto più mondo di parecchi. Ogni tanto mi interrogo se tutti questi input non siano dannosi. Che cosa gli resta da scoprire, a questi figlioli, poi, da grandi? Io non avevo visto nulla, ma loro? Loro hanno viaggiato, visto, fatto disfatto. Preso aerei, navi, barche, treni. Hanno cambiato case e continenti. Hanno visto montagne, oceani, pianure. Hanno mangiato cibo internazionale dalla nascita. Che cosa riuscirà mai a stupire questi ragazzini di terza generazione? Poi mi dico che il mondo è grande e va avanti assai veloce e forse verrà fuori qualcosa che oggi non esiste e che questi bambini internazionali ameranno e io che io mai capirò. E mi va bene così.
Negli USA i tatuaggi vanno alla grande, molti si pitturano tutti, altri si tatuano qualcosa in cui credono, o un nome, una data, una grande passione. Ieri, pensavo che se avessi dovuto farmi un tatuaggio per tutte le cose a cui mi sono appassionata negli ultimi 43 anni, sarei tutta disegnata.
Avrei una ginnasta o una ballerina stilizzata - o magari la serotonina, tanto per unire passione a lavoro; la tartaruga tribale, che un sub su due sfoccia sulla spalla; il berimbau, che un numero indecifrato di capoeristi porta impresso su braccia o gambe; e adesso, una bicicletta.
Invece non ho nemmeno un tatuaggio. Ho brevemente considerato di farmi tatuare una J con le ali - che sta per Jacopo e non John, perchè meglio non rischiare di fare come Johnny Depp - ma ho velocemente lasciato perdere.
Niente mi è mai sembrato così importante da essere definitivo, eppure mi sono dedicata, o mi dedico, a tutte le attività di cui sopra con immenso trasporto. La verità è che non mi piace fare parte di una categoria e adeguarmi agli standard e alle regole dei circoli sociali che si creano intorno a ogni attività.
Così, l'ambiente della danza, con le calze da comprare proprio di quella marca lì, i capelli che non andavano tagliati e le lezioni che dovevano essere messe davanti a tutto, mi è andato stretto abbastanza alla svelta, nonostante ballare mi piacesse moltissimo e ancora oggi rimpiango l'adrenalina del palcoscenico. Mi considero un subacquo a tutti gli effetti, con i miei quasi 20 anni di brevetto e quasi 60 immersioni a giro per il mondo intero, ma, nonostante abbia nuotato fra i reef più belli del mondo, mi sono sempre rifiutata di comprare attrezzatura che non fosse amatoriale - e tornassi indietro non comprerei nemmeno quella. La capoeira ha segnato la mia vita intera: alcune delle mie amicizie migliori sono nate lì, per non dire la mia famiglia. Eppure, nonostante adorassi il gruppo in cui sono nata (o rinata, se si vuole), la divisa mi è sempre stata sui coglioni, e anche tutta una serie di regole e regoline che trovavo senza senso. Ed adesso con la bici, percorro le stesse distanza. La mia bici è una ibrida con ruote pesanti, adatta a percorre le strade sgangherate di Houston e a portare figlioli nel seggiolino. Non avevo dubbi che non ne avrei possedute altre. Invece mi hanno fatto una testa come un cestone e mi hanno convinta a prendere una bici da corda. E allora, nella massima espressione del mio stile, la bici da corsa me la sono comprata usata oggi. Sono andata dal biciclettaio per farla controllare, convinta che sarei uscita con pedali da corsa, le scarpe e i guanti, inaugurando la transumanza verso il lato oscuro. Con mio grande sollievo, il biciclettaio mi ha detto che se io mi trovo bene così, l'importante è fare pochi fichi e - letteralmente - pedalare. Sono uscita con il sorriso stampato, le ruote gonfie e zero dollari spesi. Anche a questo giro l'ho scampata. Così come mi sono rifiutata di andare in giro in pantaloni da danza, orologio da sub e abadà, non mi trasformerò in un ciclista in spandex, agghindato come se dovesse affrontare il tour de france per andare la mattina a lavorare. Ma pedalare, pedalo.
Ho scritto poco ultimamente e c'è un motivo. La verità è che non so dove il tempo sia sparito, specialmente da dopo Harvey.
Dopo Harvey è iniziata la scuola, il mio compleanno l'ho passato in volo, ho vissuto un mese e oltre in apnea sapendo di dover tornare in Italia da un momento all'altro, letteralmente cercando di programmare le cose della vita normale e il relativo back-up. Halloween me lo sono passato in volo, con la sola voglia di atterrare e vedere le foto dei bambini che erano andati al trick-or-treat senza di me. Poi ho respirato un attimo ed era già Thanksgiving. Ed ora è quasi Natale, non abbiamo programmato nulla, e non faremo nulla, perchè John è sempre per aerei e so che si vuole solo riposare. Ed anche io onestamente sono stanca. Se solo riuscissi a riposarmi stando a casa. Invece so già che poi mi gireranno a randello. Unico lato positivo è che i giorni di ferie si accumoleranno per l'estate. Psicologicamente tengo botta, barcamenandomi fra il denial e il mantra "come hell or high water".
Non mento quando dico che non ho avuto ancora modo di far mente locale che la zia non c'è più. Ogni tanto mi viene l'impulso di telefonare e poi mi ricordo che non c'è più nessuno a cui telefonare.
Ma guardiamo alle cose positive che questo fantastico 2017 ci ha regalato: once and for all, siamo sempre tutti relativamente sani, se non propriamente di mente. Poi su quattro viaggi in EU, due sono stati top: UK/Germania prima e Italia poi, da 10 e lode, chi per l'alcol, chi per le sgranate di pesce, entrambi per amici rivisti e ritrovati e mai perduti. Terzo, dopo 5 mesi buoni, posso dire che abbiamo instaurato una routine per rimettersi in forma che spero stia iniziando a dare qualche frutto. Il tough mudder per me è stato un notevole risultato: non avrei mai creduto di essere in grado, a 43 anni sonati e tre figli, di rimettermi a fare quelle minchiate. Sono anche a dieta al momento, in previsione della MS150, che forse, solo forse, sta dando qualche frutto. Se ne avrò voglia, sulla dieta scriverò un post a sè.
Intanto fra due settimane è Natale e noi siamo pronti, con l'albero fatto, il paesaggio di Natale di Lego - che a casa nostra rimpiazza il presepe - fatto e la Gingerbread house costruita - fra una bestemmia e quella dopo, per suggellare lo spirito natalizio. Però oh, provate voi a tirare su muri di icing e poi ditemi se uno non si deve incazzare. Stasera i pensieri sono offuscati dal sonno, dai troppi input, e da qualche assulutamente fondata preoccupazione. È bene che vada a dormire a al 2018 ci pensi in un altro momento. Spero sia clemente, il 2018, ma so già quello che mi si prospetta davanti e mentirei a dire che sono pronta.
E allora la settimana scorsa abbiamo completato il Tough Mudder Half. Ero preoccupata. Ero sicura che sarei morta sul campo. Ci eravamo allenati, ma non troppo: una ruotine per rafforzare le braccia di un'ora, 3 volte alla settimana, non sempre rispettate a causa di varie e eventuali, iniziata a metà agosto. Pochissima corsa - troppo poca. John era convinto che fosse solo una passeggiata di salute, io ero convinta che stessimo facendo il passo più lungo della gamba. La verità stava nel mezzo: l'allenamento di braccia ci è stato sufficiente a completare tutti gli ostacoli senza troppo sforzo, le 5 miglia di corsa campestre e nel fango, seppur interrotte dai 13 ostacoli e delle frequenti pozze fangose, sono state toste, come prevedibile. Non abbiamo corso l'intero circuito, specie verso la fine abbiamo camminato. In definitiva, con notevole allenamento cardio in più, siamo pronti per il Tough Mudder Full, a cui ci siamo già iscritto per l'autunno prossimo.
E fino all'anno prossimo? Oramai siamo carichi e non possiamo certo demordere.
Allora abbiamo rispolverato un progetto che avevamo già lo scorso anno e che poi per prigrizia non abbiamo mai portato a termine: l'MS150.
L'MS150 è una bicicletta da Houston a Austin, che sono appunto circa 150 miglia, da compiersi in due giorni a fine aprile. È un evento di beneficienza che va a finanziare la Società Nazionale contro la Sclerosi Multipla, da cui MS.
Per partecipare, si paga una quota di $100 a testa e SI DEVE tirare su $400 a testa in donazioni, pena squalifica. Questa seconda parte ci bloccò lo scorso anno. Quest'anno, ripensandoci, abbiamo valutato che se 40 dei nostri amici donano $10 siamo a posto. Considerando che io ho quasi 400 amici su FaceBook, abbiamo valutato che ce le potremmo fare.
E ci siamo iscritti ieri, con l'intenzione bellicosa di iniziare allenamenti oggi.
Sono stata giù a gonfiare le ruote della bici e mi è scoppiata la camera d'aria...
Chi ben comincia è a metà dell'opera.
Nel mentre che vado dal biciclettaio voi fate un giro sulla pagina della squadra, che al momento conta solo me e John, sulla mia pagina ufficile, o sulla pagina Facebook del fundraising mia o di John. Conto di usare la pagina Facebbok come blog per quanto riguarda questa avventura. Se vi interessa vedere roba tipo mappe, tempi, progressi e cose ossessive compulsive su questa linea, seguite le mie vicende lì, sennò valutate di dare a me o a John i vostri $10 e dimenticativi di tutta 'sta storia.
Buona domenica.
La prima volta che ne ho sentito parlare è stato su un post di Facebook di uno dei babbi della Roberts (la nostra scuola elementare), che suonava semplicemente allarmista: "Non vi vorrei mettere ansia, ma sembra che ci sia un temporale tropicale proprio in tempo per il primo giorno di scuola". L'ho congedato con un'alzata di spalle.
Poi i discorsi hanno iniziato a farsi più seri, proprio il giovedí del nostro anniversario di matrimonio. Avevo preso anche il giorno libero per festeggiare le nozze di fiori. Il programma prevedeva yoga e colazione posh, poi un po' di relax prima di riprendere la B al campo estivo e andare insieme al meet the teacher. Dopo yoga sono iniziati a arrivare i messaggi sul comprare l'acqua, perchè non si sa mai. Sono frequenti da queste parti: Houston è piatta e soggetta a temporali tropicali con conseguenti allagamenti. Di solito, in queste occasioni, si compra una cassa di acqua, tante volte andasse via la luce o si guastassero i filtri dell'acqua potabile. Cosí, un po' scettici, io e John ci siamo fermati a qualche supermercato, ma l'acqua si stava esaurendo. Questo panico collettivo non era certo normale. Con qualche sforzo, abbiamo trovato le nostre casse di acqua, abbiamo fatto un po' di spesa di quella di emergenza (scatolette di fagioli e tonno, sopratutto) e siamo andati a meet the teacher. Intanto ci avevano già detto che il primo giorno di scuola sarebbe stato martedí, tanto per sicurezza.
Il venerdì a lavoro tutto era sottotono, c'era fretta di finire e andare via, perchè, si sa, se arriva la bufera le strade si allagano in quattro e quattr'otto, il vento soffia forte e guidare non è proprio il massimo. Alle tre ci hanno detto che potevamo andare, anzi che ci incoraggiavano a levarsi di torno. Le previsioni davano nuvolo, ma niente pioggia fino alle 6, quindi io e il mio collega abbiamo finito le nostre cose, spento tutti gli strumenti, fatto il backup di tutti i dati, e siamo con calma usciti verso le 4.30. Abitiamo entrambi a pochi minuti dal campus.
Poi è cominciata l'attesa.
A quel punto era chiaro che la situazione sarebbe stata da brutta a disastrosa, ma fuori era sereno e calmo, una serata come molte, in cui si, forse pioverà, ma nulla di più.
Ho messo a letto i bambini verso le 9 e qualcosa, come al solito, e sono rimasta nella loro stanza a guardare la TV sul computer con le cuffie, come faccio spesso, seguendo Harvey su Space City Weather. Verso mezzanotte, più o meno quando Harvey ha toccato terra a Corpus Christi, spazzandola via, da noi è arrivato il vento. Guardavo l'albero davanti alla camera dei bambini piegarsi in maniera preoccupante. Poi ha iniziato a piovere, poi ancora vento. Che dovevo fare? Mettere i bambini a dormire lontano dalle finestre? Portarli nel mio letto? Poi ho deciso di affidarmi agli esperti: verso le 2am mi sono fatta coraggio e sono andata a dormire, tanto Space City Center diceva che Houston sarebbe stata colpita il giorno dopo.
La mattina dopo, infatti, tutto sembrava normale. Le strade erano a posto, non pioveva nemmeno troppo, siamo andati anche a farsi un giro in macchina per ammazzare la noia. Le previsioni davano pioggia per le 6, e per quell'ora siamo stati certi di essere in casa.
E poi è iniziato, in maniera surreale, con un esplosione di fuochi di artificio, pioggia a catinelle un momento, e nulla un momento dopo, a seconda se venivamo o meno colpiti da uno dei bracci dell'uragano. Una nottata condita da tuoni fulmini e saette, poi calma surreale, poi tornado warning - durante i quali uno deve mettersi lontano dalle finestre e stare buono a aspettare - e via e via. Come la sera prima, ho guardato la strada riempirsi di acqua e il solito albero scuotersi sotto il vento e la pioggia e, verso le 3am, sopraffatta dalla stanchezza e l'impotenza, ho deciso che la Natura fa il suo corso e io poco ci potevo fare, che vivo in una town home di tre piani e che alla peggio mi si sarebbe allagato il primo piano e avrei dovuto buttare via un po' di scarpe. Non sarebbe stata una tragedia. I bambini russavano lieti, ho mandato il mondo a quel paese e sono andata a letto.
La mattina dopo, domenica, Houston era stata trasformata in una serie di atolli. Noi eravamo completamente isolati, ma con la casa asciutta, con acqua, elettricità e wi-fi. E sono iniziati i messaggi: state tutti bene? avete acqua in casa? possiamo aiutarvi in qualche modo? Poi i messaggi di amici e parenti lontani, che hanno iniziato a ricevere le notizie dai loro telegiornali: ma stanno esagerando? come va li? siete davvero messi cosiì male? beh... sì!
Poi è iniziata la lunga attesa. Durante un'uragano di 4 grado, che però tocca terra a 3h di macchina da casa tua, l'unica cosa sensata da fare è stare al riparo e avere pazienza. Allora abbiamo cercato di avere pazienza e non è stato facile. Abbiamo ammazzato la cabin fever, che è l'ansia che ti prendere a stare intrappolato per troppo tempo in casa, facendo cose tipo cucinare, guardare film, riordinare cose, costruire lego. Nelle pause dalla pioggia siamo usciti a ammirare le pozze: c'era chi andava in canotto, chi faceva finta di pescarci dentro, chi, come i miei figli, che non avevano il permesso di entrare in acqua se non coi piedi e sul marciapiede, cercava vermi e altre amenità varie.
Io, da parte mia, mi sento di dover ringraziare i social media per non aver mantenuto la sanità mentale, gli amici per avermi fatto passare un po' di tempo con le chiacchiere e HBO per Game of Thrones.
Lunedì è passato alla stessa maniera, con la sola differenza che almeno le nostre strade erano agibili. I negozi però sono rimasti per lo più chiusi. Intanto sono iniziate a arrivare le notizie dei danni alle proprietà altrui e con loro il senso di impotenza di non poter aiutare, perchè bloccati in casa.
Martedí ci siamo dati all'azione, continuava a piovere, ma almeno la nostra zona era decisamente agibile. Allora è partito il tam-tam dei soccorsi: cose da donare agli innumerevoli centri di accoglienza, famiglie del vicinato da aiutare nel salvare il salvabile dalle case allagate, bambini altrui da guardare e nutrire. Alla fine della giornata era chiaro che Houston aveva stretto la sua popolazione in un grandissimo, calorossissimo abbraccio. E, sulla sera, è uscito il primo raggio di sole.
Oggi mercoledí ci siamo svegliati sotto il solito, meraviglioso, cielo blu dei tropici. Non mi è mai sembrato cosí bello. Allora siamo usciti fuori con l'intenzione di non mettere il naso in casa per tutto il giorno e cosí è stato. Playground, bicicletta, yoga e a cena da amici. John e io stiamo cercando di aiutare come possiamo i vicini - innumerevoli lavatrici di roba allagata da fare per me, innumerevoli mobili da spostare a case altrui per John. Questo sarà il nostro compito per i prossimi giorni. Insieme al godersi il sole. Intanto, sui social, si dice che i centri di accoglienza NON accettano più donazioni nè volontari. In 48h Houston ha troppa gente che vuole aiutare e deve dire di no.
Abbiamo passato anche questa, con minimi danni... noi. Quando l'acqua si sarà completamente ritirata, e il danno completamente valutato, Houston si rimboccherà le maniche, ma, senza false iperboli, ci metterà anni a riprendersi. Come al solito mi colpisce vedere come la comunità si è unita e si sta aiutando al meglio, che sia attraverso gruppi di babysitteraggio, gruppo di lavandaie o gruppi di manovalanza, insieme, sotto la bandiera strappata. Quella stessa bandiera che ho per anni tanto sfottuto, e che invece è il simbolo stesso del vivere comune.
Houston ha mandato l'uomo nello spazio, non si fa certo piegare da un po' d'acqua. E. forse, riuscirà anche a perdonare i tacchi a spillo di Melania in visita a Corpus Christi, outfit perfetto per stringere la mano a chi ha perso tutto.
Ah, mille grazie Coldplay!
p.s.
Ho decido di descrivere Harvey attraverso i miei occhi.
Per chi è interessato ai motivi per cui le cose sono andate come sono andate e sono state prese le decisioni che sono state prese, questo post, scritto da tale Cort McMurray, è eccellente.
Things non-Houstonians need to understand:
1. The streets and many of the public parks here are designed to flood. We sit just 35 feet above sea level, and most of the city is as flat as a pool table. We average about 50 inches of rain a year. The streets and parks serve as temporary retention ponds, accommodating slow, steady drainage through our bayous. 2. We average about 50 inches of rain a year, but in the last 48 hours, many areas of greater Houston received 25 to 30 inches of rain. That's six to nine month's worth of rain, in two days. The drainage system, which works well in normal conditions, was overwhelmed. Officials are calling this an "800 year flood": that means there was a one in 800 chance of its occurrence. Even with advance notice, there was little means of preparing for this. 3. It is impossible to evacuate a city the size of Houston. Harris County is 1700+ square miles, with a population of 6.5 million people. How do you evacuate 6.5 million people? During the hours leading to Hurricane Rita's landfall, tens of thousands of Houstonians attempted evacuation. The traffic jams lasted for days. One hundred people died. So far, six Houstonians have died in Hurricane Harvey, all of them (as far as I have heard) drowned in their automobiles. For more than a decade, the local mantra has been "shelter in place and hunker down." That's hard, but it's the right approach. 4. Some outsiders are treating this disaster with schadenfreude: Texans helped elect an anti-big government president, and now we're going to need big government help. Houston is the bluest spot in Texas, and voted Clinton in 2016. Suggesting this is karmic payback for backing Trump is as inaccurate (and offensive) as Pat Robertson's suggestion that Hurricane Katrina was God smiting sinners. We really aren't thinking Red or Blue right now. We are taking a royal beating, all of us. Disasters don't care about ideology. 5. You are going to feel this. Gas prices are going to skyrocket. Oil refined products, everything from PVC pipe to dry cleaning fluid, will rise in price. The stock market will take a hit. New Orleans is a fantastic city, but it's not a major economic force. Houston is the center of the nation's energy industry. It's home to dozens of Fortune 500 companies. And 85% of it is under water. It may be this way for weeks. The aftermath of Katrina captured the world's attention. The aftermath of Harvey is going to grab you by the lapels, and shake you 'til you're cross eyed."
Ogni paese in cui ho vissuto ha rappresentato una fase particolare della mia vita. Non quelle evidenti all'osservatore occasionale, come le relazioni amorose o la maternità o la carriera. Fasi meno appariscenti, forse anche meno importanti, ma ugualmente totalizzanti.
La mia fase fiorentina si è focalizzata sulla mia personalità casalinga e arredatrice. La mia vita era costellata di cene a casa d'amici e amici invitati a cena, oltre a infiniti viaggi per negozi di mobili. Avevo, dopo tutto, da arredare quella che pensavo sarebbe stata la mia casa semi-definitiva.
La mia fase londinese era l'esatto opposto. Mi sentivo talmente precaria che arredare case non aveva alcun senso. Poi per 2 anni e mezzo ho vissuto in 16 metri quadri: c'era poco da arredare e non c'era spazio per invitare nessuno. Poi a Londra si va al pub e festa. Mi sono allora concentrata completamente sul fashion. A Londra ho comprato vestiti, ho girato infiniti mercati, ho rifornito il mio guardaroba di scarpe con il tacco alto frivole e/o costose. Non passava settimana che non visitassi un negozio nuovo o serata che non sbirciassi qualche sito di stilisti. La mia meta preferita erano le charity shops, la mia domenica ideale un giro a Spietafield. Mi ricordo che un bel giorno, nell'incertezza del comprare o meno un altro cappotto perché l'armadio dello studio flat era pieno, risolsi cambiando casa e comprando un armadio per i cappotti.
Poi mi sono spostata a Houston con il fisico che non è più quella di una volta e la voglia di comprare vestiti è passata definitivamente. I cappotti comprati a Londra mi basteranno tutta la vita perché qua, quando non ho i calzoni lunghi e la maglietta per stare in laboratorio, ho i calzoncini e la camiciola perché si muore di caldo. Allora è iniziata una nuova fase, che quella della fitness. Chi l'ha detto che chi viene in America si dà al junk food e si arrende all'obesità. È tutto il contrario, almeno nei dintorni di casa mia. Ho già detto in altri post che la mamma media di queste zone indossa solo esclusivamente vestiti da corsa, o da yoga o da cross-fit. La mamma figa, qua, non e' soprannominata YummyMummy come a Londra, ma Lululemon mom. Posso forse essere da meno? Sto anche attraversando un periodo emozionalmente intenso, da cui mi sto districando con estrema fatica. Per una che ha la mia storia familiare, lavorare a MD Anderson Cancer Center non è psicologicamente facile. I motivi penso siano piuttosto scontati. A causa del mio troppo sapere, ultimamente sono pervasa da brutti pensieri di morte imminente, tragedia in agguato, diagnosi letali. Allora, invece di perdere tempo a pensare alla morte in maniera passiva, ho deciso, insieme al mi' marito che funge da musa ispiratrice, di prendere il toro per le corna e morire sul campo di battaglia. Almeno poi mi sarò guadagnata il Valhalla e ci saranno almeno 10 vichinghi figaccioni che mi inoltreranno ai piaceri dell'aldilà. E quindi, in un momento di totale follia, io e il mio marito ci siamo iscritti tough mudder. Al mezzo tough mudder via. Lo ripeto: abbiamo pagato 100 dollaroni a testa per andare a ammazzarsi di fatica in una "gara" militaresca che prevede bagni nel fango, scalata di muri scivolosi e monkey bars. Chi vivrà vedrà, anche se ho la vaga impressione che costei probabilmente non sarò io.
Lo scorso giovedì ho approfittato di un momento di tregua fra una influenza e una bronchite e sono andata a fare volontariato nella classe di arte della B. La nostra scuola è un magnet fine art, il che significa che ha attività ancillari a indirizzo artistico, nella fattispecie: arte, musica e danza, oltre alle più comuni educazione fisica, biblioteca e computer. Queste attività ancillari si svolgono in classi apposite e hanno insegnanti specializzati.
Nella nostra scuola, e nelle scuole americane in genere, la partecipazione dei genitori in attività di volontariato è cospicua. I genitori che lavorano devono accontentarsi di partecipare ogni tanto. Questa volta cadeva all'ora di pranzo e non me lo sono fatto dire due volte.
Il nostro compito era supervisionare e facilitare la fabbricazione di un uccellino di creta - regalo per la festa della mamma.
Mrs J, la maestra di arte superstar, ha accolto i bambini con il rossetto rosso e un fiore rosso da ballerina di flamenco fra i capelli. Seduta sul banco di lavoro e con il grembiule addosso, ha chiesto ai bambini di sedersi in terra come "good Monna Lisas" e di ascoltare la spiegazione del lavoro del giorno. Intagliare la sagoma del corpo e delle ali, decorare le parti con materiale rigorosamente di recupero (un conchiglia, un tappino del succo di frutta, un lego), assemblare l'ala al corpo, creare occhi e becco. Una canzoncina per memorizzare la sequenza delle operazione e via. L'opera di terracotta doveva essere poi riposta in una bustina per essere messa a essiccare ed essere pronta per la successiva fase di pittura - alla quale purtroppo non potrò assistere. I bambini stavano incredibilmente in assoluto silenzio, completamente assorbiti dalla spiegazione. Si sentiva solo la voce di una bambina che traduceva in cinese la spiegazione al compagno appena sbarcato in USA che non parla inglese. Io me ne stavo in un angolo in fondo alla classe a osservare sbalordita tutto quell'entusiasmo ordinato.
Quando è stato dato loro l'OK, sono schizzati al loro posto e, concentratissimi, hanno iniziato a lavorare. In poco più di 20 minuti, tutti e 19 i bambini di età intorno ai 6 anni, hanno creato il loro uccellino, con una maestria che io, da profana, non mi sarei mai aspettata. Venti minuti senza sgarrare, perchè è importante imparare che il lavoro va eseguito bene e nei tempi stabiliti.
L'uccellino di creta, per quanto carino, impallidisce davanti alla qualità delle altre opere d'arte di questi ragazzini. Autoritratti ispirati a Matisse, chitarre a collage del Picasso cubista, mattonelle decorate, sculture in terracotta, installazioni alla Louise Nevelson - per la qual opera ho gioiosamente donato uno ziplock da un gallone di giochini del cavolo che, invece di finire anonimamente nella spazzatura, verrano sublimanti in arte.
Definiti "easy peasy lemon squeezy"
i coni sono stati il riscaldamento
artistico della classe K
Mrs J superstar ha anche un blog, che purtroppo non ha il tempo di aggiornare da una anno, che però rende l'idea della qualità del lavoro che propone ai suoi studenti. Avevo già avuto il mio momento di stupore quando la B ha portato a casa per thanksgiving il vaso di fiori a collage, ispirato ai girasoli di Van Gogh, che in un momento di folle altruismo ho regalato a mia suocera.
"Vaso di Fiori"
B.A.C. 5 anni
Ora io, non sapendo manco fare una O con un bicchiere, rimango facilmente impressionata, ma questi bambini sono tutti eccezionali. I lavori esposti nel corridoio della scuola, che di rado noi genitori possiamo ammirare, sono tutti - e dico tutti - eccellenti. Ammesso e non concesso che non si concentri alla Roberts Elementary di Houston la prossima generazione di Monet e Dalì, mi tocca concludere che l'arte, così come la matematica e la lettatura, si insegna e si impara. E allora mi chiedo, con una punta di fastidio, perchè a me nessuno l'abbia mai insegnata, che mi sarebbe tanto piaciuto. Eppure il mio professore delle media, che era anche un artista che per essere a Pistoia faceva il suo, ci aveva giurato il primo giorno che avremmo presto riso della nostra inettitudine all'arte. Ecco, il giorno del riso per me non è mai arrivato, e ancora mi sta al culo. Ma bando ai rimpianti, che oramai che è stato è stato. Dopo aver fallito con la mia sorella, che non mi ha mai voluto far esporre in casa le sue opere, aspetto a gloria di riempire le pareti con quelle della mia figliola. L'autoritratto stile Matisse arriverà nel prossimo futuro, non appena la B avrà finito di farsi quella capa di riccioli che si ritrova e che, a detta della mitica Mrs J, le stanno dando del filo da torcere.
Una serata uggiosa come troppe, con una discussione senza senso sulla pizza, un bel fagotto di stanchezza, l'uggia della routine, la pazienza finita, la casa immersa nelle urla e il casino e io che ho solo voglia di silenzio.
Poi l'ora di andare a letto con il libro nuovo a capitoli, la B che russa dopo un minuto e F che rompe le palle.
- Stai qui - Va bene sto qui, però metti la testa sul cuscino, chetati e dormi - Stai qui accanto a me - Ti canto una canzone -
...Un vecchio e un bambino...
E da li non mi sono più ripresa, la mente ha vagato 30 anni di canzoni, urlate a squarciagola in macchina nelle sere di estate, cantate con il groppo alla gola perchè sembravano parlare di me, canzoni che hanno regalato emozioni, canzoni legate a un ricordo specifico. Vidi il testo di "Un vecchio e un bambino" scritto sul diario della mia amica Amanda in prima liceo e da lì mi è toccato cantare Guccini per 20 anni. L'avvelenata urlata per le parolacce è sempre stata l'arma di catarsi suprema, specie in macchina la notte. Eskimo, perchè a 20 anni era tutto ancora intero e si poteva avere tutto per possibilità. Ed il monito che "bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà" mi ha guidato in più di una occasione in questi travagliati 42 anni di vita. La mia canzone preferita era sempre stata "Canzone quasi d'amore", perchè nella mia camera a Pistoia, mentre studiavo per qualche esame, mi sentivo proprio di fare goffi voli, di azione e di parola, volando come vola il tacchino. "Farewell" invece si cantava a squarciagla in Valle Ombrosina con la chitarra, davanti al fuoco e l'alcol che scorreva a fiumi. Parlava di noi, dei nostri 20 anni, dei nostri amori e del senso di ebrezza che si provava a affacciarsi per la prima volta alla finestra dell'età adulta. Era il nostro motto, i primi anni dell'università, che non c'è niente che non passi o che non resti con il vino.
Poi le ali per me hanno iniziato a spiegarsi, per fortuna, e ho smesso di sentirmi un tacchino, ma sul Camino Inca, davanti alla immensa valle dell'Urubamba, c'era sempre Guccini con me. ...Sentì che era un punto al limite di un continente... Tutte le volte che la Natura mi sovrasta, in cima all'Himalaya così come davanti all'oceano in Brasile, quelle parole mi sono sempre tornate alle labbra.
La serata è andata avanti così in flusso di coscienza. F è crollato a metà di Cyrano e la mia mente è andata per i cazzi suoi, saltando da un cantautore dall'altro. Dal bar del liceo sulle note di ...compagno di scuola, compagno di sempre ti sei salvato dal fumo delle barricate... alle notti in montagna quando qualcuno mi cantava ...e te ne vai con la mia storia fra le dita.... ed io non capivo perchè, che era passato troppo tempo. Qualcun altro una volta mi deve aver detto che gli ricordavo la ragazza di autogril, quella bionda senza averne l'aria; eppure io mi sono sempre sentita quella con un posto dentro te in cui fa freddo e nessuno pare l'abbia mai capito. La mente ancora va, senza catene, come il falco di Grignani e sono le 11.20 e dovrei dormire. Da quanto tempo non pensavo a quegli anni, a quei luoghi, a quelle emozioni. Erano anni intensi, di fatti e di persone. Ero a casa, eppure spesso anelavo a essere da qualche altra parte ..Così dicevi e mi chiedevi professore, dimmi se sono un qualunquista un uomo ad ore... Questa è spuntata da chissà dove, mi piaceva tanto. Quando ero più giovane parlavo a testi di canzoni, ne sapevo decine, mi vantavo di essere un jukebox, cantavo a richiesta nonostante sia sempre stata notevolmente stonata. Dove sono finite tutte quante? Per stasera è una domanda che resta lì senza risposta, perchè si è fatto tardi, davvero, e non è sano rimpiangere i 20 anni, le notti stellate e la chitarra. Le notti stellate alla fine son sempre lì, me n'è capitata una sotto mano di recente, con Orione splendente sopra la testa, il mare calmo davanti e una bambina per la mano a cui mi sono ritrovata a sussurrare ... sentì che era un niente, l'oceano immenso di fronte. Ora è tempo di dormire accanto a quello a cui un tempo dedicai "L'uomo che cammina sui pezzi di vetro" (che non apprezzò, perchè odia la sfigata canzone italiana). Domani è un altro giorno e qui c'è da rititarle su, le barricate. Però non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni, si possa far poesia... e invece pare che si studi a scuola, Guccini, al giorno d'oggi e questa, ecco, proprio non mi va giù. Mi consolo che quei due forse studieranno Bob Dylan.
In effetti sono mesi che non scrivo nulla. Mi fa piacere che qualcuno mi abbia chiesto se mi si fosse seccata la penna. Un po' devo ammettere che è così. La verità è che non ho molto da raccontare. La vita quotidiana prosegue nella più totale delle routine, della serie i figli crescono e noi si invecchia, che, per quanto mi riguarda, va più che bene. Sui fatti di cronaca e politica mondiale, poi, ho esaurito gli argomenti litigando con amici e gente a caso sui social network.
I temi trattati sono stati: Trump, il referendum costituzionale - che mi ha tenuta impegnata per una settimana buona -, se gli italiani all'estero debbano o no avere diritto al voto, Trump, se il Brexit s'ha da fare, ancora Trump, l'olio di palma, i vaccini, se la vittoria del no sia o non sia paragonabile al Brexit, se valesse o meno la pena di andare a guardare Doctor Strange, se Renzi sia stato buono o cattivo, Trump.
A parte questo chiacchiericcio, gli unici fatti rilevanti, nel bene e nel male, degli ultimi due mesi, sono state le vacanze di Natale fra immersioni e amici italiani in visita e il furto delle nostre biciclette. Ah, e mi hanno promosso a faculty member. E sono riuscita a mettere in piedi una collaborazione con l'Italia che spero dia la scusa di tornare a casa senza dover prendere ferie.
La verità è che sono stata circondata da mille uccelli paduli (che, per i non toscani, sono quelli che volano all'altezza del c@@@), e molte di queste beghe sono ancora allegramente irrisolte. Il furto della bici è solo l'ultimo della lista. Nessuna è una fantozzata esilarante, quindi non vale la pena di dilungarsi.
Ma insomma, nel mentre, è iniziato il 2017, nonostante il mio lurkare.
Sono preoccupata per la nuova amministrazione USA, per il mondo che sembra impazzire e voler tornare indietro di 50 anni, per i soldi che spariscono dal conto nella forma di bici rubate e affitti non pagati. Questi sentimenti sono preponderanti, da cui la penna seccata. Ma ovviamente la maggior parte delle cose vanno bene, e ci sono cose che mi rendono molto contenta.
Per esempio sono contenta per la scuola della B per quello che sta imparando e come lo sta imparando, per le sue opere d'arte fatte di materiale di riciclo, per la sua sensibilità verso l'ambiente e avversione agli sprechi, perché a thanksgiving ha detto che era grata per i suoi genitori e suo fratello e per tutti i libri che aveva che adesso poteva leggere da sola. La mia ossessiva compulsiva mania per la raccolta differenziata, unita alla regola ferrea dei compleanni "no gift" e ai costumi improvvisati a richiesta con quello che c'è in casa, sta chiaramente sortendo qualche risultato. Probabilmente le ricacherò tutte fra qualche anno, quando una figlia shopaholic mi ruberà la carta di credito la notte.
Sono molto contenta per il carattere di quel matterello di F, che nonostante pensi di essere un leone per la maggior parte del tempo e, quando non lo pensa, si trasformi in una cavalletta indemoniata che si lancia da altezze decisamente non consone, sembra essere dolce, sensibile e socievole, nonché incazzoso peggio di su ma. Praticamente bipolare.
Sono contenta anche per il resto della gente che mi circonda, più o meno da lontano, c he fanno il suo a farmi sentire meno "da sola contro il mondo", sentimento in cui sguazzo volentieri da tutta la vita.
Per ora è tutto, ma mentre scrivevo questo post a caso, mi sono venuti in mente un paio di argomenti, forse lievemente più interessanti, che spero riuscirò a mettere nero su bianco prima del prossimo Natale. E a proposito di cose a caso, BlogSpirit ha cancellato il mio vecchio blog (Storie a Caso, n.d.r.), di cui per fortuna ho un back-up, che forse un giorno diventerà un libro. Chissà
Ieri ho preso la giornata libera e non ho letto o scritto nulla. Ho solo versato un paio di lacrime ascoltando il concession speech di Hillary. Io non ho votato, come al solito - fatto che sta diventando abbastanza frustrante - ma ho vissuto queste elezioni 2016 in primissima persona, a lavoro, alle scuole dei miei figli, fra gli amici aventi diritto al voto e non.
Ieri mattina l'atmosfera era surreale, gente con gli occhi cerchiati di nero dalla notte insonne, che scuoteva il capo e diceva: "mi dispiace". Messaggi su messaggi sui miei social e sulle mie messaggerie da parte di amici, conoscenti, gente a caso che voleva sinceramente sapere e capire, dare opinioni, o piu' semplicemente sparare a zero. Ho cercato di tenermi lontana dal qualunquismo di certi discorsi ("che cosa ti aspetti dagli Americani"), ho condiviso pacamente la mia opinione, ma sono rimasta molto piu' infastidita del dovuto dal sarcasmo. 20 anni di Berlusconi mi hanno tolto la voglia di giustificare perche' un soggetto del genere possa anche solo pensare di essere candidato. Ed e' per questo che ve lo faccio spiegare da qualcun altro:
ecco perche' Trump ha vinto le elezioni del 2016, leggetelo qui (articolo).
Spot on.
C'e' solo da aggiungere che, nonostante a me lei piaccia assai e penso avrebbe dato un calcio a questo paese nella giusta direzione, soprattutto per la popolazione femminile, Hillary Clinton rappresenta la vecchia politica e questo alle "elite" dell'articolo linkato (lo avete letto vero?) non piace.
Un paio di punti e poi dico quello che mi preme dire.
Trump non e' un dittatore, per ora, e' un presidente di un paese democratico. Il che significa che non si puo' alzare una mattina girato di coglioni perche' il materasso del letto della Casa Bianca ha fatto venire il mal di capo a Melania e cancellare l'Obamacare, dichiarare guerra alla Cina o rimpatriare gli Italiani perche' sono sudici e dicono parolacce (true story). Inoltre, da buffone quaquaraqua quale sembra essere, prendera' toni molto piu' moderati su svariti punti. Perche' a chiacchierare siamo tutti buoni, poi c'e' da governare.
Per il momento, quindi, cerchiamo di non indulgere in inutili allarmismi, o, almeno, non aspettateli da me. Non avrete nemmeno parole di odio, sgomento e rabbia, perche' ho esaurito le mie risorse di fede nel buonsenso con martedi' notte. Ce ne erano rimaste poche, del resto, dopo il Brexit e i fatti di politica Italiana (family day in primis).
Martedi' ero anche sola in casa, marito in New Jersey, bambini a letto, bottiglia di vino, dito fremente che cliccava in maniera ossessiva compulsiva gli aggiornamenti. Una serata molto triste. Ma fra tutti gli "o mamma" "che disastro" "vado in Canada" "'cazzo fai America?" ho avuto modo di riflettere su un po' di cose.
1) I Trump supporter vivono una realta' che a me e' ignota. Chi e' questa gente? Cosa pensa? Io, e la classe politica di "sinistra", i democratici e liberali, non ne abbiamo idea. Noi, elite di persone che vive nelle aree urbane, che ha come minimo una laurea, che e' abituata a elaborare pensieri indipendenti, a questionare, a fare polemica, non abbiamo fatto, evidentemente, lo sforzo di capire quella realta'. L'abbiamo semplicemente bollata come composta da una massa di caproni. Come quelli che hanno votato "brexit" in UK, o che inneggia ai Family day. E abbiamo perso. Perche' quella massa e' bella larga.
2) La legittimazione di odio, razzismo, sessismo, omofobia e generale isolazionismo e' il vero dato allarmante di queste elezioni. Ma c'era lo stesso, anche se Hillary avesse vinto ed e' un fenomeno che va, purtroppo, al di la' dei confini degli Stati Uniti. E non e' certo nuovo, perche' in tempi bui, ci si chiede la porta di casa alle spalle, con chiave e chiavistello.
3) Io non ho votato, insieme a una percentuale altissima di legal US residents che pero' non prende la cittadinanza per i motivi piu' svariti - non ultimo il sistema di tasse. Io, come la maggior parte dei sopracitati, facciamo parte dell'elite di cui sopra, quella che snobba i caproni trumpiani ed e' strutturalmente democratica. Forse e' il caso di mettersi doppia mano sulla coscienza, non lamentarsi e agire. Ed e' per questo che, penso, appena possibile, prendero' la cittadinanza americana cosi che alla prossima elezione, votero'. Ah, e mi evitero' le file alla dogana.
Voglio chiudere questo post, qualunquista, di cui nessuno sentiva il bisogno, con una nota positiva.
Il mio Facebook e' composto in maniera smisurata da amici inglesi e italiani (viventi ovunque) e solo recentemente sono iniziati ad apparire amici americani veri, quelli che hanno diritto al voto, per intendersi. I loro post, all'indomani della cocente delusione della perdita di Hillary, che nessuno - in tutta coscienza -si aspettava, hanno srotolato davanti ai miei occhi la profonda differenza fra noi e loro; fra chi, come me, e' cresciuto a pane e assistenzialismo e chi a fried-chicken e capitalismo . Dopo le lacrime di rigore e i commenti, sempre molto intelligenti e pacati - l'elite di sopra, remember? - , la maggior parte ha iniziato a postare link di organizzazioni no-profit da finanziare (climate-change in primis, ma anche gun control e sostegno alle minoranze). Perche' se il governo non ci pensa - e non ci pensera' - ci si pensa da noi. Out of pocket. Perche' noi abbiamo potere di intervento sulla realta' che ci circonda, senza aspettare che qualcun altro ci pensi per noi.
Perche' alla fine siamo 'stronger together', slogan democratico di queste elezioni, candela a cui appigliarsi se il buio del tunnel dovessere diventare pesto assai, sentimento suggellato negli abbracci di ieri mattina alle 8 nemmeno davanti alla scuola elementare pubblica di Houston, Texas, USA.
Avevo iniziato a tenere un diario di viaggio di quelli fatti bene, solo elettronico, perché esperienza da mamma viaggiatrice mi insegna che il diario di viaggio di questi tempi si scrive quando i figlioli dormono e la luce è, quindi, spenta.
Ho riportato con dovizia di particolari il viaggio in macchina da Houston a Santa Fè, con cena al ristorante vegano di Forth Worth e sosta notturna al motel di Wichita Falls, poi mi si scaricato il computer appena messo piede a Grand Junction. Qui ho realizzato che avevo inesorabilmente perso il caricabatterie, probabilmente lasciato nell'ostello di Santa Fè, unico AirbBnB che si guarda bene dal rispondere ai messaggi. Quindi tutto è andato narrativamente perduto ed ho deciso di documentare il viaggio in maniera social e globalizzata, postando foto di paesaggi mozzafiato e bambini sudici su FaceBook. Peccato che da FaceBook non trapelino fantozzate e figuracce, aneddoti e commenti, stupore, ammirazione, incazzature e battibecchi.
Nel primo trekking a Mesa Verde National Park, il ranger ci ha fatto notare che tipo di genitori immondi eravamo a tentare la discesa nel canyon con un bambino piccolo senza cappello. Abbiamo perciò comprato un cappello da Junion Ranger, rassicuratato l'apprensiva signora che ci stavamo avventurando nella selva oscura con sufficiente provvigione di acqua e iniziato la discesa, al seguito di una famiglia munita di nonna, neonato in marsupio e una manica di ragazzini. Questo trekking non doveva essere poi così terribile. Infatti ce la siamo cavata, con un po' di difficoltà sui gradoni, qualche lamento verso la fine, ma tutto sommato senza grossi intoppi. Bambini crollati di stanchezza a tavola. Nanna in un piccolo motel di provincia a Cortez, a 10 min scarsi dal parco. Missione compiuta.
A Grand Junction ci siamo avventurati al Colorado National Monument, con tanto di trekking culminante su una roccia che si chiama Devil's Kitchen - notevole - dove abbiamo incontrato una mamma con 5 figli dai quattro anni in su, che si arrampicavano come capre svizzere in ogni dove, seguiti senza indugi dalla B. F dopo qualche tentativo, ha asserito, in italiano rotto, che la montagna è grande e lui è piccolo e che si sarebbe seduto lì a mangiare i goldfish. E così è stato, senza se e senza ma. La giornata è proseguita fra polvere e meraviglia, scandita da vari avvistamenti di falchi pellegrini, ossessione del momento dei minori di famiglia. Ne abbiamo avvistati a decine, anche perché la categoria copre ogni pennuto, dai corvi alle aquile reali.
Dopodichè c'è stata una giornata di intensa guida, per la strada fino a Denver, fra boschi e laghi, cittadine montane che ricordano molto quelle delle Dolomiti e meraviglie varie. Denver, così come Bolder, sono state belle scoperte inaspettate. Uno crede che le città americane lascino il tempo che trovano. Tutte quante, eccetto forse New York e San Francisco. Cazzata, quest'ultima, da europeo con la puzza sotto il naso. Certo non trovi il paesino medioevale con resti romani, ma trovi città che sono città, dove cammini fra monumenti, musei e arredi urbani, fai shopping e ti fermi a bere il caffè. Denver e Bolder sono fra queste, con l'aggiunta che sono popolate da gente costantemente agghindata in abbigliamento sportivo, tante volte ci fosse da scalare una parete e fare un giro in mountain bike, fra un drink e un colpo di carta di credito. I playground, a Bolder, sono pareti da arrampicata. Mi sembra di aver detto abbastanza.
La strada si è poi svincolata fra altri due parchi notevoli: il Garden of the Gods e il Grand Sand Dunes Natioanal Park, dove l'hiking di un certo livello ha lasciato il posto alla passeggiata con il passeggino o al rotolamento giù da immense, quanto inattese, dune di sabbia. Non è potuta mancare la fantozzata finale, costante di ogni nostro spostamento. La mattina dell'ultimo giorno, quando il programma era tornare a fare sand boarding sulle dune prima di dirigersi verso il Texas, la macchina non si è messa in moto. Sì, eravamo in un AirBnB in mezzo al nulla. No, non era la batteria. Abbiamo passato l'ultimo giorno di ferie bloccati in una cittadina non proprio esilarante, con l'ansia di non poter ripartire. Quel motore che si accendeva, alle 4 del pomeriggio, è stata la più soave delle musiche. Da qua è stato tutta guida fino a casa, dove un ospite e un meeting di lavoro ci attendevano due giorni dopo.
È stato meraviglioso, rilassante, esilarante, non troppo faticoso, rinfrescante e divertente. Una delle migliori vacanze degli ultimi anni, senza dubbio. Un viaggio con la V maiuscosa, quasi - quasi eh - come ai vecchi tempi. Fattibile con i bambini. Alla scoperta di parti bellissime degli States, che da europei nemmeno sapevamo potessero esistere. One State down, many more to come.
Si chiama "imaginative spelling".
Le parole vengono scritte con i suoni, esattamente come si fa in italiano, con l'unica trascurabile differenza che in inglese lo spelling è complicato, talmente complicato che alle elementari si tengono dei campionati.
L'altra sera la B si è messa al suo tavolino con la testa china e non la si è sentita per più di un'ora. Quando finalmente si è palesata in cucina, aveva in mano una serie di bigliettini, con dei disegni e delle didascalie scritte da lei, che mi chiedeva di rilegare in un libretto.
Ad opera compiuta, mi sono messa a leggere cosa aveva scritto: c'erano parole sparse, la lista dei colori che hanno ultimamente imparato a scrivere correttamente, e poi frasi di vita quotidiana, tipo "la mamma mi porta a scuola a piedi la mattina", solo che lo spelling era a dir poco estroso, quando non proprio esilarante.
Mi sono morsa le labbra per non fare correzioni, mi sono complimentata per l'impegno e non ho nemmeno accennato alla possibilità di errore.
10 minuti dopo, ho scritto una mail alla maestra.
Non sono madre lingua inglese, come è ovvio. Questo comporta che, sebbene - suppongo possa ammettere - parlo e scrivo in maniera fluente, non ho idea di come l'inglese scritto venga insegnato. Nè tantomeno posso immaginare come si possa insegnare a leggere. Questo "non avere idea" mi dà talvolta pensieri, perchè è chiaro che i miei figli, a scuola, faranno parecchio da sè. È ironico che si ritrovino esattamente come me a suoi tempi, nonostante i loro genitori siano entrambi dottori di ricerca, mentre la mia zia aveva a malapena finito le elementari.
Ma insomma dicevo, ho scritto una mail alla maestra, chiedendo che cosa si deve fare in questi casi, se correggere le parole scritte male - e se sì come - o lasciare perdere e non intervenire, cosa per la quale in materia scolastica propendo sempre fortemente. Io la vedo che le maestre insegnano, mentre le mamme fanno le mamme. Lei mi ha spiegato quella cosa dell'imaginative spelling e mi ha rassicurato che si corregge da sè. Come, sono curiosa di vedere.
"Great Question!We call this imaginative spelling. Basically, they write down the sounds they hear in order to spell the word. This is wonderful and you do not need to correct her. It will correct on its own"
Intanto, un quesito per tutti voi: chi indovina i 10 animali della foto?
Hai presente quella serie di pubblicità della Britsh Airways : "when you call it soccer, it's time to come home" e molte altre su questo stile. Ecco, quella è un'agenzia pubblicitaria che sa fare il suo lavoro, a differenza di quelle a cui si affida la Lorenzin.
Sono stati due anni e mezzo senza una punta di rimpianto. Felice e serena di essermi lasciata alle spalle te, i bus, i cielo grigio, i treni, i casino creato dai tuoi 10 milioni di abitanti, le lunghe ore di pendolarismo e la frutta insapore.
Mi ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare a rilassarmi, per essere capace di passare una domenica in casa senza fare nulla, anche se fuori c'è il sole, anche se c'è un festival e anche se potrei andare al mare, in piscina, al parco, a visitare cose e vedere gente. Si chiama "missing out syndrome" e, a quanto pare, ti piace infettare tutti quelli che capitano a calpestare il tuo suole e sono talmente coraggiosi da restare per piú di un paio d'anni. Insomma stavo proprio bene, qui al caldo, con la mia macchinona e la mia vita da mammetta di alto borgo, quando, tutto d'un tratto, mi sei tornata in mente.
Nelle cose belle.
Nei pub sul fiume, nei parchi con i cervi, nello splendore del South Bank, nelle scale di Saint Paul, nelle luci di Soho e le porte di China Town. Nel cielo blu, che e' raro ma splendente. E mi stai iniziando a mancare, mannaggia a te; classica malinconia da emigrante che guarda il tramonto sull'oceano pensando a casa lontana. Evidentemente sei sempre un po' casa, evidentemente sono stata via troppo tempo ed e' ora di tornare.
Ci vediamo presto, Londra.
Non aiuta che John mi abbia mandato oggi le foto di casa mia!
Non mi ricordo che giorno fosse, ma un primo giorno di scuola delle elementari, forse la quarta. Il giorno prima, per festeggiare la fine delle vacanze, andai a uno spettacoletto con l'amica del cuore di allora e c'era una canzoncina che faceva
"Primo giorno di scuola
eccoci ancora tutti qua
sopra i banchi a soffrire
come invidio la mamma ed il papà
Ma oggi mi ribello
ed un inno all'estate farò
evviva il mare, evviva i monti
abbasso la scuola perchè
solo in vacanza noi siam contenti
ragazzi cantate con meeeee"
Alta poesia, come si può notare, ma, oh, m'è rimasta appiccicata in testa qualcosa come 35 anni.
35 anni dopo, oggi, ero io la mamma presunto oggetto di invidia e mi sono ritrovata invece in fila con un monte di nanetti di cinque anni e fin troppi genitori in esubero, a invidiarli tutti quanti, così all'inizio del loro percorso del sapere.
La scuola americana per noi è un grande punto interrogativo e, suppongo, sarà oggetto di molti post negli anni a venire. Per adesso posso solo parlare delle impressioni del primo giorno di scuola, non mie, ma della mia cinquenne, che ha detto che è stato tutto bellissimo, che avevano delle collane con i nomi per imparare a conoscersi, che andare al bagno è OK perché sono bassi e basta sedersi e sono infondo al corridoio, che mangiare alla mensa è facile e c'era il latte al cioccolato, che lo snack con il pecorino di Alimena era squisito e se per favore poteva leggere da sola a letto dei libri nuovi. Ah, anche prendere il bus per andare al doposcuola era stato facile, che si era messa la cintura da sola e che al doposcuola sapeva già come fare tutto (è una scuola Montessoriana, a cui è ovviamente assai abituata). Quella che ha durato fatica più di tutti, mi sa, sono stata io, oggi, che quella sveglia alle 6.30 da qui a maggio mi ridurrà in poltiglia, temo.
Ne è passata varia di acqua sotto i ponti in questi mesi estivi.
Prima le tre settimane in solitudine nel caldo houstoniano, annaffiate di film, mostre, musei, pranzi in solitaria e cene in silenzio. Un paio di feste e un paio di uscite a suggellare la ritrovata indipendenza, ma per la maggior parte del tempo me ne sono stata da sola a godermi la pace e assaporare quel ritmo di vita in cui hai una testa che pensa a organizzare la vita di una persona e non quella di 3 e mezzo.
Poi son tornati tutti, è tornato il delirio, la casa sotto sopra, i lego nelle mutande, le briciole sul pavimento e i salti sul divano. Per un giorno e mezzo.
Poi siamo partiti per un epico road trip in Colorado dopo abbiamo macinato chilometri in macchina e a piedi, ci siamo arrampicati su sentieri polverosi, riempiti gli occhi di paesaggi mozzafiato e respirato aria di montagna.
Infine la B ha compiuto 5 anni con annessi festeggiamenti vari, imprevisti e fantozzate.
Stasera, però, tutto questo sembra lontano anni luce.
Stasera tutto quello a cui riesco a pensare è una sveglia puntata alle 6.30, uno zaino troppo grande con dentro una cartellina, un cambio di vestiti e uno snack bag e l'immagine di una bambina che oggi ha pedalato la sua bicicletta fino al museo di scienza, ci ha spiegato che il falco pellegrino è l'unico animale che batte in velocità il ghepardo e che domattina entrerà in classe al suono della prima campanella della sua vita.
Buon primo giorno di scuola.
Sarà un cammino così diverso da quello che ho fatto io, che non vedo l'ora di percorrerlo insieme a te.
Perche' se era una domenica qualunque sarei stata tutto il giorno di malumore e avrei litigato con John, trattato male i bambini e fatta il sangue amaro fino all'ora della nanna.
Perche' per me, il vero lato negativo di lavorare a tempo pieno e' che sento che il tempo mio, quello del mio svago e divertimento, quello che passo con la mia famiglia e/o a fare cose che mi piacciono, mi scivola di mano.
Il tempo in generale mi scivola di mano e la paura piu' grande e' di svegliarsi un giorno che la vita e' passata e io non ho fatto una minchia di tutta la mia check-list di cose da fare prima di morire.
Lavorare mi piace. Ma viaggiare, per esempio, mi piace di piu'. E anche andare in bici con il vento fresco in faccia, fermarmi a bere qualcosa di fresco all'ombra e ripartire.
E quindi se ieri era domenica o sabato sarei divertata matta e insopportabile e avrei fatto incazzare tutti quanti.
Invece ieri era lunedi', un giorno classificato nella mia testa bacata come lavorativo. Ma a lavorare non e' andato nessuno perche' Houston era mezza allagata. Abbiamo ricevuto mail prima delle 7am che le scuole erano chiuse, poi che la Rice Uni era chiusa e infine che i lab di MDACC erano chiusi per emergenza a livello 3 (massimo e' 4). In realta', il bayou era straripato e quindi era praticamente non possibile, per non parlare di sicuro, attraversarlo.
E quindi ieri siamo rimasti bloccati in casa con fuori un temporale di quelli tuoni, fulmini e saette con niente di meglio da fare che... non fare un cazzo.
Allora ieri io ho fatto i biscotti con la Bianca, ho passato l'aspirapolvere - anche la nostra signora delle pulizie era rimasta bloccata a casa -, ho fatto un paio di lavatrici d'uopo, ho guardato dalla finestra i bambini giocare in costume nelle pozzanghere, ho fatto due passi, una volta smesso di piovere, fino al bayou per vedere in che stato era (alto parecchio) ed ho osservato Fabio lanciarsi di testa in una pozza grossa come una piscina (che schifo). Poi verso le 4.30, tutti docciati, abbiamo fatto la pizza e guardato tutti insieme un cartone alla TV grande. Alle 9, quando ho messo a letto i bambini, ben felici di ave bigiato scuola e aver avuto modo di cazzeggiare con noi tutto il giorno senza scopo, mi sono sentita bene. Senza aver fatto assolutamente nulla. Perche' ho vissuto ieri come un giorno guadagnato gratis, non vacanze, non finesettimana, niente di tutto questo. Ieri non dovevo non sprecare prezioso tempo libero. Ieri era in piu'. Era un regalo. Era un giorno di pioggia in cui si deve per forza stare in casa senza fare nulla e alla sera, ci si ritrova, con stupore, a essere stati proprio bene.