Sunday, 10 May 2015

A tutte le mamme silenziose


Sul finire del giorno della festa della mamma, voglio fare un augurio di cuore, ma di cuore davvero, a tutte le mamme che oggi non hanno ricevuto fiori, cartoline e regalini.
Quelle mamme, oggi, se sono uscite di casa, hanno riflettuto bene sul mettersi il rimmel water proof o sul non truccarsi affatto, hanno camminato per strada con il groppo alla gola e le lacrime agli occhi, hanno lasciato che lacrime silenziose scendessero alla vista di bambini, carrozzine, fasce, tricicli e biberon. Lacrime silenziose, per non disturbare la gioia delle altre mamme, quelle i cui bambini erano li accanto a loro, a giocare, mangiare, dormire, piangere, correre e crescere.
Quelle mamme, quelle riconosciute da nessuno, nemmeno da chi sa e che ha paura di essere indelicato, quelle mamme oggi le ho pensate tutte, mentre ero io li, ai giardini, dall'altra parte della barricata, a guardare i miei bambini giocare nelle fontane.
Avrei voluto prenderle a una a una e dire loro che sono mamme come tutte le altre, ma davvero, non per tanto per dire e che se i loro bambini, dal cielo, non hanno potuto prepare loro nessun regalo, di sicuro sono li a guardarle essere forti.

Auguri a tutte, sul finire del giorno, sempre per non disturbare.

Thursday, 30 April 2015

Namaste


Era il 2001 o forse il 2002, non ricordo. Era l'anno che entrava in vigore l'euro, perche' partimmo con le lire e tornammo con un in tasca qualche rupia e qualche euro. Era inverno perche' per motivi logistici non avevo fatto le vacanze di estate e quindi eravamo partiti per quel viaggio durante le vacanze di Natale.
Era la prima volta che andavo in Asia. 
Era il 2001, certo. Ora ricordo con esattezza. Era dicembre 2001, il dicembre dopo il settembre delle torri gemelle. Lo ricordo perche' il Nepal fu un viaggio di ripiego. La meta prescelta era l'Egitto, ma non avemmo, stupidamente, il coraggio di partire per un paese musulmano. Come se c'entrasse qualcosa. Per tutta risposta in Nepal c'era in corso una tostissima rivolta maoista, che ci obbligava a rientrare in guesthouse prima del coprifuoco, prima che i militari armati di fucile iniziassero a pattugliare le strade di Thamel, il getto turistico di Kathmandu.
Di quel viaggio ricordo moltissimi dettagli. Ricordo le strade piene zeppe di traffico di motorini, macchine, biciclette, piccioni e mucche; il ristorante dove andavamo a cena ogni sera, cena che si concludeva religiosamente a te nero. Ricordo la piazza principale, il tipo che il primo giorno ha insistito per farci da guida - il cui inglese ai quei tempi prelondinesi mi era totalmente oscuro - e il tipo che ci ha inseguito per un mese per venderci l'olio di tigre. Ricordo i negozietti di braccialetti di vetro, il caos dei mercati delle vie secondarie, il funerale hindu in cui incappammo in uno dei primi giorni. Ricordo i viaggi interminabili in bus, uno appollaiato sull'altro o appeso ai finistrini. Ricordo le camminate altrettanto interminabili per arrivare alle cittadine adiacenti a Kathmandu, per strade polverose costellate di bambini che non facevano che gridare 'Namaste' e 'Mi dai una caramella'.
Ricordo l'emozione immensa che ho provato di fronte alle pagode con i Buddha giganti e agli altarini sparsi ovunque di Ganesh. Ricordo come sono rimasta ammaliata dei monaci che suonavano i gong e dalla gente comune, che si recava a pregare con la tilaka sulla fronte.

Il pensiero che molto di quello che mi ha regalato quelle emozioni non c'e' piu', mi e' arrivato allo stomaco come un pugno. 4000 morti. Forse anche qualcuna delle persone che ho conosciuto, dei tassisti che ci hanno dato un passaggio, degli albergatori che per poche rupie ci hanno dato un tetto e dei ristoratori che per ancor meno rupie ci hanno dato un Dal Bhat. 

Il Nepal restera' sempre nel mio cuore come il viaggio che mi ha fatto amare l'Asia. 

Se qualcuno ha voglia e qualche spicciolo, per favore si prenda la briga di donare qualcosa a una delle molte organizzazioni no profit che si occupano di portare aiuto a quella gente. Che e' proprio bella gente.





Friday, 24 April 2015

Uno


AUGURI FABIOLINO

E cosi' hai gia' un anno e sembra ieri che sei uscito fuori, con quell'aria furbina che non ha fatto altro che affinarsi nel successivi 365 giorni. In 365 giorni, che sono sembrate 365 ore, hai imparato a alzarti e fare qualche passo, a chiacchierare cose sconnesse in cui si puo', con un po' di fantasia, riconoscere la parola "mamma", a lanciare qualunque cosa ti capiti fra le mani, con la forza e la precisione di un giocatore di baseball e a mangiare il formaggio con la cipolla caramellata e il coscio di pollo.

Sei un bambino maschio che risponde alla definizione perfetta di bambino maschio, un terremoto entropico ammaliato da palle e macchinine, che non sta fermo un minuto nemmeno quando dorme; che si alza, casca, batte chiorbate dappertutto e si rialza senza battere ciglio; che prende a schiaffi e morsi tutta la famiglia con il sorriso sulle labbra, perche' in cuor suo sono carezze e baci pieni di amore. Sei veloce come una faina, simpatico e bello e con due occhioni che mi daranno parecchi pensieri, fra un po' di anni. Sei il mio bambino piccolo e il mio amore grande e mi hai rubato il cuore 365 giorni fa e non me lo hai reso piu'.
Per tutti questi traguardi che hai raggiunto in solo 365 giorni, ti meriti 365 milioni di baci e 365 mila auguri, quattro tubetti di yogurt ai frutti di bosco, mezz'etto di fontina e una piattata di fusilli al sugo.

E una festa di compleanno meravigliosa, in un posto dove puoi scorrazzare libero e senza sosta per tutto il tempo che vorrai.

Sunday, 12 April 2015

Matrimoni sparsi per il mondo


E quindi siamo stati al nostro primo matrimonio made in USA, anche se era fra due giapponesi e, per di più, che erano belle sposati.
E siccome era un matrimonio di giapponesi mi pregustavo una galore di sushi e bento di tutti i tipi con iniezioni di fusion texano come il texan roll. Invece, siccome era un matrimonio made in USA, abbiamo mangiato pollo, insalata e patate arrosto. Una delusione cocente.
La sposa, di tutta la testa più alta del marito, indossava un bel vestito bianco e gli stivali. Perché il tema del matrimonio erano i cowboy. Non particolarmente originale, essendo in Texas, ma mi ci sarei buttata a capofitto se lo avessi saputo. Invece avevo il mio bel vestito arancione di Reiss e le mie magnifiche Manolo con le fragoline. Entrambi gli acquisti furono frutto di una giornata di libera uscita dall'ospedale pediatrico, oramai quasi 3 anni fa. Indossarli mi riporta sempre al momento in cui uscii da quell'ospedale con la mia bambina guarita anche se un po' incerottata. Ma questa è un'altra storia, che non ho mai raccontato e pace. Sono contenta di esserci rientrata in quel bel vestito, anche se stavolta ho barato e mi sono convinta e indossare uno di quei mutandoni elastici che fanno sembrare figo chi non è. Ecco, mai più senza. Mai più. Devo solo riuscire a chiuderli, i vestiti, e poi il più è fatto.
Ma sto divagando.
Il matrimonio è durato poco, con una schedule tipica marines come quella dei compleanni dei bambini, ma è stato divertente. C'era tutto, compreso il video dal giappone di chi non ha potuto partecipare, che ha fatto piangere per mezz'ora la sposa e lasciato inespressivo lo sposo. Cosa familiare, anche questa.
Alla fine siamo tornati a casa, presto abbastanza e soddisfatti.

io: Bianca ti è piaciuta la sposa?
B: no
io: no? e perché? aveva un bel vestito bianco.
B: no, perché io voglio essere la sposa con il vestito bianco.
io: quando ti sposi te, te lo potrai mettere un bel vestito bianco.
B: allora io mi sposo domani
io: si, ma ti serve di trovare un marito prima.
B: OK. Dov'è?

Saturday, 14 March 2015

Cacciatrice di draghi


Uno non dovrebbe mai sottovalutare la potenza della legge di Murphy, quella che dice che, se vedi la luce alla fine del tunnel, sono probabilmente i fari del treno che ti sta venendo addosso.
Così sul concludersi della mia prima settimana di lavoro mi sono beccata un'influenza di quelle con la febbre alta e le ossa rotte. Evidentemente i virus erano tutti pronti fuori dalla porta a attaccare al momento meno opportuno. Inoltre John è partito per una conferenza e sta via fino a metà settimana prossima. Infine stamani c'era la prima lezione di nuoto della B.
Quando uno è mezzo malato, stanco e confuso, non ha testa e dovrebbe stare a letto, perché rischia di fare grosse cazzate. Infatti io la mia, gigante, l'ho fatta stamattina.
Alzati di buon ora, con io sola e mezza rincoglionita dalla febbre di ieri, si parte tutti e tre con un leggero ritardo sulla tabella di marcia, si parcheggia nel parcheggio un po' lontano e ci si dirige di buona lena in piscina. Bianca si prepara per entrare, entra ed è serena e tranquilla come sempre. Del resto va a nuoto da quando ha 6 mesi e l'anno scorso, a chiusura della stagione, faceva i tuffi dal trampolino (non è un'iperbole, c'ho un video che lo dimostra).
Io, tutta sorridente, a una certa sento morire il sorriso fra i denti, quando realizzo che ho lasciato in bella vista portafoglio, telefono e carta di credito sul sedile della macchina parcheggiata. Notare che giusto venerdì c'era arrivata una mail che riportava casi di furto in quello stesso parcheggio, con conseguenti raccomandazioni di non lasciare nessun bene in vista, nemmeno la borsa dei pannolini. Figuriamoci la carta di credito e l'iphone nuovo di zecca. 
Chi non ha testa, abbia gambe.
Confidente della confidenza della Bianca con l'acqua, la lascio in piscina con la sua amica e il padre e corro a recuperare il malloppo.
Torno tutta trafelata dopo un pochino e la trovo urlante e piangente e mi dicono che non è stata affatto contenta, che non si è voluta far toccare dall'istruttore e che non ha voluto nuotare. Lei mi dice che vuole andare a casa, che non vuole stare li e piange piange e piange. Io sono sbalordita.
Una volta calmata, mi dice che le sono tanto mancata e che la prossima volta devo mettermi il costume anche io e stare nell'acqua con lei, che così lei sa di essere al sicuro.
I cuore mi va in frantumi, sono mortificata, chiedo scusa in due lingue, giuro che non la lascio mai più fino a quando è maggiorenne e faccio ammenda lasciandola mangiare latte e biscotti prima di pranzo, con inevitabili e prevedibili conseguenze.
Ma qualcosa non mi torna. Non era la prima volta che stava in piscina da sola. Quello era un attacco di paura esagerato. Tutta questa ansia da separazione da dove veniva? Gelosia? Insicurezza? Paura dell'ignoto? 
No. La soluzione è molto più semplice e molto più... beh... da bambini.
Me lo ha confessato prima di addormentarsi, in quella sonnolenza rilassata che è anche il momento ideale per rielaborare i fatti della giornata.
C'era una maledetta formica. Lei ha paura delle formiche. È terrorizzata delle formiche che le camminano addosso. Mentre era in acqua ha visto una formica sul braccio e si è tanto spaventata, ed io non ero lì con lei, con il costume, nell'acqua a scacciare la formica. O a sconfiggere il drago. 
Perché fanno tanto i saputelli e vanesi che uno se ne scorda di quello che sono. Bambini. 

Monday, 9 March 2015

Date

Il 9 marzo dell'anno scorso, alle 6 di mattina, ci svegliammo per finire di prepare i bagagli. Un cabbie sarebbe venuto a momenti a prenderci per portarci all'aereoporto di Heatrow. Dopo poco avremmo preso il volo diretto per Houston, lasciando Londra e 8 anni di vita alle spalle, in una splendida mattina di sole.
Stamani, 9 marzo, alle 6 di mattina mi sono svegliata spostando Fabio mugolante che mi dormiva addosso come sempre, mi sono vestita, ho preso l'ombrello e mi sono incamminata a piedi, sotto la pioggia battente, con lo stesso stomaco arrotolato di un anno fa, verso una nuova avventura. 

Saturday, 7 March 2015

Che mamma sono?


Che mamma sono?
Sono una mamma che stanotte non ha quasi chiuso occhio perché il suo bambino, con la tosse come flebile scusante, ogni poco si è svegliato e ha preteso di puppare e alle 4 di mattina si è messo a gattonare sulla sua testa e a tirarle i capelli e le botte perché aveva deciso che era finita l'ora della nanna. Sono una mamma che ha oscillato dalla pazienza all'irritazione più incontrollata, che si è alzata di schianto alle 6 gridando a quello stesso batuffolo amoroso che non le doveva più rompere i coglioni, e che alle 7, quando finalmente si era addormentato, ed era stato risvegliato a botte e urla dalla sorella, ha dato di fuori di balta e ha cacciato tutti dalla stanza urlando che lei voleva dormire e che tutti quanti potevano anche andare a fanculo.
Sono una mamma che passa una serata a cucire vestiti per la barbie da calzini vecchi e crea biglietti di san Valentino a collage e che la sera dopo non vuole rotti i coglioni e si vuole solo guardare una puntata di una serie TV con le cuffie.
Sono una mamma che cucina gateux di patate, muffin alla banana e lasagne vegetariane, ma anche nutre i figli a pasta all'olio, riso in bianco con pomodori crudi e lasagne surgelate del supermercato perché che un'ammazza ingrassa.
Sono una mamma che ha scelto di non dare il ciuccio, di allattare a richiesta e di dormire nei letti montessoriani e che ciclicamente rimpiange di non avere scelto di imbottire il figlio con un biberon di latte e biscotti, prima di farlo dormire nel letto con le sbarre, con il ciuccio in bocca e il metodo Estevill.
Sono una mamma che a volte ha voglia di giocare a fare le costruzione, con il playdough artigianale e i puzzle e a volte ha voglia di stare al computer a farsi i cazzi propri ignorando un gran numero di insistenti richieste di attenzione.
Sono una mamma che davvero non si capacita di come si possa pensare di non mandare i figli all'asilo. O, se la giornata è particolarmente piena di follia, in collegio.
Sono una mamma come ce ne sono tante, probabilmente dipolare, che di sicuro sta crescendo figli con traumi permanenti che costeranno loro molti dollari di terapia in futuro, che a tratti rimpiange di non aver preso una via differente, che talvolta vorrebbe mandare tutti a cagare e partire con lo zaino in spalla per un giro intorno al mondo in solitaria e a volte sta benissimo dove è.
Sono una mamma che stamattina vorrebbe solo dormire e svegliarsi quando si ricorda perché mai, un giorno di gennaio di 5 anni fa, ha scelto di essere una mamma.

Monday, 23 February 2015

Life as we know it


C'era una volta una ragazzina magra e inquieta. Una ragazzina che non voleva essere dove era, nonostante fosse circondata d'amore. Quella ragazzina era forse un'ingrata, ma per certi versi aveva le sue buone ragioni. A quella ragazzina, quella realtà andava stretta e nemmeno lei sapeva perché. Forse semplicemente a volte le persone nascono nel posto o nel momento storico sbagliato.
Appena quella ragazzina, ormai ragazza, ha potuto, se ne è andata e non è mai più tornata. Si è installata in un'altra città e ha vissuto in altre case, a volte condivise a volte no, e ognuna di quelle case provvisorie erano più casa di quella in cui era cresciuta. Un giorno, presa dal panico, ne aveva comprata una, investendo ogni centesimo. Quella si che era casa sua. Qui in teoria si sarebbe dovuta concludere la sua storia. Qui, con la realizzazione del grande sogno italiano del lavoro fisso e della casa di proprietà. Il destino per quella ragazza aveva però altri programmi.
Per una serie di strani eventi, quella ragazza se ne era andata di nuovo. Si era chiusa alle spalle la porta di quella casa come se dovesse tornare la mattina dopo e se ne era partita a prendere un aereo, munita solo di uno zaino e un trolley. In quella casa, quella ragazza non c'è più tornata, se non, raramente, in vacanza.
Quella ragazza, ormai donna, ha vissuto in moltissime altre case da allora, tutte sono state casa e no, in tutte è stata felice e triste, bene e male. Ne ha anche comprata un'altra, questa volta sapendo che se ne sarebbe comunque andata. Oramai il sogno italiano era stato smantellato e sostituito dalla più prosaica mentalità inglese secondo la quale i soldi del mutuo sono soldi finti.
È strano però come quasi mai quella donna, che per tutta la vita ha continuato a albergare quella ragazzina inquieta, abbia provato senso di completezza, senso di essere dove davvero voleva essere.
È così che, quella sensazione, pura, cristallina, rilassante,  l'ha colta di sorpresa un paio di domeniche fa. Proprio qui, in questo posto così lontano e alieno, così diverso dalla sua visione di casa.
Quel giorno quella donna stava pedalando una bici attaccata a un carretto, di ritorno da uno stupido parco con scivoli e altalene, dove aveva incontrato un'amica che l'aveva invitata a pranzo e poi un'altra amica che l'aveva invita a prendere un tè, e poi e poi. A un certo punto si era sentita bene. Si era sentita esattamente dove voleva essere ed ha accarezzato l'idea che forse, dopo tutto, questa vita è proprio la vita che voleva.
Quella donna, finalmente, a 40 anni, pedalando in una serata tiepida di inverno, ha sentito che forse, e sottolinea forse, qualche nodo si sta finalmente iniziando a sciogliere. Ha sentito che a 40 anni non ha più voglia di sentirsi fallita perché ha condotto una vita, sia personale che professionale, fuori dagli schemi e, sopratutto, ha sentito che è parecchio stufa di aver paura di qualche mostro in agguato sotto il letto.

Tuesday, 10 February 2015

Perdizione

Run Barry Run

Lo ammetto sono perduta. Ho completamente abbracciato lo stile di vita americano.
Fast food, coca cola e usa e getta? No, non quello stile.
Lo stile di vita dello houstoniano medio borghese, per il quale la vita ideale consiste nei seguenti agili step:

  • portare i bambini ai giardini vestito in tutina di acetato come un supereroe;
  • mollare i bambini li con qualcuno, tata messicana per i ricconi di WestU, babbo per me.
  • andare a correre.
  • tornare tutto sudato ai giardini
  • fare pic nic sulla panchina al sole di un pomeriggio di febbraio o tornare a casa per pranzo in bicicletta.

La mia trasformazione è quasi completa, come dimostrato dalle magline di acetato ultimamente acquistate. Devo solo scolpirmi il fisico, perché competere con queste yummy-mummy che vedi a spingere passeggini da corsa, sogno erotico di ogni babbo di ogni bambino compagno di scuola dei miei figli... è dura!

Wednesday, 4 February 2015

30 anni



Vengo sempre bollata dal mio delizioso marito come quella che non sa fare né apprezzare le sorprese.
Allora oggi che è il suo compleanno, e che cambia decennio, perché di grazia non sono solo io quella che invecchia, mi sono impegnata tantissimo.
Sono settimane (via forse settimane no... qualche settimana) che ci penso e ripenso e alla fine avevo deciso di seguire il consiglio di una amica e fargli 30 piccoli regali. Poi però ho realizzato che ero a corto di idee.
Allora ho optato per 10 regali, che è un dividendo, e mi sono inventata la scusa che ognuno vale tre.

1. quaderno per sproloqui matematici 100% riciclato comprato in uno dei suoi negozi ecosticazzi preferiti
2. secondo quaderno uguale
3. mutande tecniche per correre
4. secondo paio di mutande tecniche per correre
5. maglietta tecnica per correre

- meno male che adesso andiamo a correre insieme, questo genera inputs per regali focalizzati anche se forse non fantasiosissimi

6. maglietta con scritto "we bike" perché adesso abbiamo anche messo in moto il carretto per trainare i bambini in bicicletta e andremo in bicicletta moltissimo

-di necessità considerando che abbiamo una sola macchina e andiamo a lavoro in posti diversi

7. contenitori per tenere i bagagli ordinati in valigia visto che quello parte una settimana si e una no.

8. AMACA PER DUE

-Ok questo forse non era proprio pensato per lui come regalo, ma ha fatto un figurone.

Il nono e il decimo non li ha ancora visti, ma quando questo post andrà live non ci sarà più nulla da nascondere, perché saremo al TOYOTA CENTER a vedere Rockets vs Chicago Bull e onestamente NON VEDO L'ORA. La mia prima partita NBA. Non vedo l'ora.

(il nono regalo e' una cena al sacco vegetariana ecoboffa comprata in un posto buonissimo e consistente in panino vegetariano, e sides di quinoa e kale e scusare quanto ce la tiriamo alimentarmente in questa famiglia).

p.s. bambini sbolognati a amica che viene a casa e si magnerà pasta al forno (in preparazione) e muffin al cioccolato (fatti).

Sono fiera di me. Siatelo anche voi.