Monday, 2 October 2017

Che mondo sarebbe senza di voi.

Poi succedono le cose brutte e uno parte con il cuore pesante per raggiungere l'altro capo del mondo il prima possibile. Questa è la parte più difficile dell'essere lontani, che non si può essere presenti all'istante, quando si pensa ci sia bisogno di noi. Che poi bisogno di noi non c'è mai davvero, perchè nessuno è indispensabile e men che meno chi è, per l'appunto, dall'altra parte del mondo.
Ma insomma uno va, con il cuore pesante, si spara ore e ore di volo e notti all'aereporto tanto per sentirsi bene con se stesso. Arriva a destinazione e fa quello che deve fare.
E, incredibile ma vero, va meglio del previsto, perchè a destinazione ci trova gli Amici. I soliti, protagonisti di tanti post in questo blog, ma che mai smettono di stupirmi. Questa volta più che mai, perchè ne avevo particolarmente bisogno, perchè ero a piedi, bloccata nell'unico posto del mondo dove davvero mi sento a disagio, e con una grossissima tristezza addosso. Ma loro hanno reso tutto più facile, incredibilmente quasi bello, e si meritano un ringraziamento pubblico e gigante.
Grazie per i pranzi/cene/passaggi/birre e pure qualche risata. Grazie, perchè come voi al mondo non ce n'è.

Monday, 18 September 2017

Sette anni

[...] Seven years has gone so fast
wake me up when September ends [...]






Thursday, 31 August 2017

Harvey

La prima volta che ne ho sentito parlare è stato su un post di Facebook di uno dei babbi della Roberts (la nostra scuola elementare), che suonava semplicemente allarmista: "Non vi vorrei mettere ansia, ma sembra che ci sia un temporale tropicale proprio in tempo per il primo giorno di scuola". L'ho congedato con un'alzata di spalle.
Poi i discorsi hanno iniziato a farsi più seri, proprio il giovedí del nostro anniversario di matrimonio. Avevo preso anche il giorno libero per festeggiare le nozze di fiori. Il programma prevedeva yoga e colazione posh, poi un po' di relax prima di riprendere la B al campo estivo e andare insieme al meet the teacher. Dopo yoga sono iniziati a arrivare i messaggi sul comprare l'acqua, perchè non si sa mai. Sono frequenti da queste parti: Houston è piatta e soggetta a temporali tropicali con conseguenti allagamenti. Di solito, in queste occasioni, si compra una cassa di acqua, tante volte andasse via la luce o si guastassero i filtri dell'acqua potabile. Cosí, un po' scettici, io e John ci siamo fermati a qualche supermercato, ma l'acqua si stava esaurendo. Questo panico collettivo non era certo normale. Con qualche sforzo, abbiamo trovato le nostre casse di acqua, abbiamo fatto un po' di spesa di quella di emergenza (scatolette di fagioli e tonno, sopratutto) e siamo andati a meet the teacher. Intanto ci avevano già detto che il primo giorno di scuola sarebbe stato martedí, tanto per sicurezza.
Il venerdì a lavoro tutto era sottotono, c'era fretta di finire e andare via, perchè, si sa, se arriva la bufera le strade si allagano in quattro e quattr'otto, il vento soffia forte e guidare non è proprio il massimo. Alle tre ci hanno detto che potevamo andare, anzi che ci incoraggiavano a levarsi di torno. Le previsioni davano nuvolo, ma niente pioggia fino alle 6, quindi io e il mio collega abbiamo finito le nostre cose, spento tutti gli strumenti, fatto il backup di tutti i dati, e siamo con calma usciti verso le 4.30. Abitiamo entrambi a pochi minuti dal campus.
Poi è cominciata l'attesa.
A quel punto era chiaro che la situazione sarebbe stata da brutta a disastrosa, ma fuori era sereno e calmo, una serata come molte, in cui si, forse pioverà, ma nulla di più.
Ho messo a letto i bambini verso le 9 e qualcosa, come al solito, e sono rimasta nella loro stanza a guardare la TV sul computer con le cuffie, come faccio spesso, seguendo Harvey su Space City Weather. Verso mezzanotte, più o meno quando Harvey ha toccato terra a Corpus Christi, spazzandola via, da noi è arrivato il vento. Guardavo l'albero davanti alla camera dei bambini piegarsi in maniera preoccupante. Poi ha iniziato a piovere, poi ancora vento. Che dovevo fare? Mettere i bambini a dormire lontano dalle finestre? Portarli nel mio letto? Poi ho deciso di affidarmi agli esperti: verso le 2am mi sono fatta coraggio e sono andata a dormire, tanto Space City Center diceva che Houston sarebbe stata colpita il giorno dopo.
La mattina dopo, infatti, tutto sembrava normale. Le strade erano a posto, non pioveva nemmeno troppo, siamo andati anche a farsi un giro in macchina per ammazzare la noia. Le previsioni davano pioggia per le 6, e per quell'ora siamo stati certi di essere in casa.
E poi è iniziato, in maniera surreale, con un esplosione di fuochi di artificio, pioggia a catinelle un momento, e nulla un momento dopo, a seconda se venivamo o meno colpiti da uno dei bracci dell'uragano. Una nottata condita da tuoni fulmini e saette, poi calma surreale, poi tornado warning - durante i quali uno deve mettersi lontano dalle finestre e stare buono a aspettare - e via e via. Come la sera prima, ho guardato la strada riempirsi di acqua e il solito albero scuotersi sotto il vento e la pioggia e, verso le 3am, sopraffatta dalla stanchezza e l'impotenza, ho deciso che la Natura fa il suo corso e io poco ci potevo fare, che vivo in una town home di tre piani e che alla peggio mi si sarebbe allagato il primo piano e avrei dovuto buttare via un po' di scarpe. Non sarebbe stata una tragedia. I bambini russavano lieti, ho mandato il mondo a quel paese e sono andata a letto.
La mattina dopo, domenica,  Houston era stata trasformata in una serie di atolli. Noi eravamo completamente isolati, ma con la casa asciutta, con acqua, elettricità e wi-fi. E sono iniziati i messaggi: state tutti bene? avete acqua in casa? possiamo aiutarvi in qualche modo? Poi i messaggi di amici e parenti lontani, che hanno iniziato a ricevere le notizie dai loro telegiornali: ma stanno esagerando? come va li? siete davvero messi cosiì male? beh... sì!


Poi è iniziata la lunga attesa. Durante un'uragano di 4 grado, che però tocca terra a 3h di macchina da casa tua, l'unica cosa sensata da fare è stare al riparo e avere pazienza. Allora abbiamo cercato di avere pazienza e non è stato facile. Abbiamo ammazzato la cabin fever, che è l'ansia che ti prendere a stare intrappolato per troppo tempo in casa, facendo cose tipo cucinare, guardare film, riordinare cose, costruire lego. Nelle pause dalla pioggia siamo usciti a ammirare le pozze: c'era chi andava in canotto, chi faceva finta di pescarci dentro, chi, come i miei figli, che non avevano il permesso di entrare in acqua se non coi piedi e sul marciapiede, cercava vermi e altre amenità varie.
Io, da parte mia, mi sento di dover ringraziare i social media per non aver mantenuto la sanità mentale, gli amici per avermi fatto passare un po' di tempo con le chiacchiere e HBO per Game of Thrones.
Lunedì è passato alla stessa maniera, con la sola differenza che almeno le nostre strade erano agibili. I negozi però sono rimasti per lo più chiusi. Intanto sono iniziate a arrivare le notizie dei danni alle proprietà altrui e con loro il senso di impotenza di non poter aiutare, perchè bloccati in casa.
Martedí ci siamo dati all'azione, continuava a piovere, ma almeno la nostra zona era decisamente agibile. Allora è partito il tam-tam dei soccorsi: cose da donare agli innumerevoli centri di accoglienza, famiglie del vicinato da aiutare nel salvare il salvabile dalle case allagate, bambini altrui da guardare e nutrire. Alla fine della giornata era chiaro che Houston aveva stretto la sua popolazione in un grandissimo, calorossissimo abbraccio. E, sulla sera, è uscito il primo raggio di sole.
Oggi mercoledí ci siamo svegliati sotto il solito, meraviglioso, cielo blu dei tropici. Non mi è mai sembrato cosí bello. Allora siamo usciti fuori con l'intenzione di non mettere il naso in casa per tutto il giorno e cosí è stato. Playground, bicicletta, yoga e a cena da amici. John e io stiamo cercando di aiutare come possiamo i vicini - innumerevoli lavatrici di roba allagata da fare per me, innumerevoli mobili da spostare a case altrui per John. Questo sarà il nostro compito per i prossimi giorni. Insieme al godersi il sole. Intanto, sui social, si dice che i centri di accoglienza NON accettano più donazioni nè volontari. In 48h Houston ha troppa gente che vuole aiutare e deve dire di no.
Abbiamo passato anche questa, con minimi danni... noi. Quando l'acqua si sarà completamente ritirata, e il danno completamente valutato, Houston si rimboccherà le maniche, ma, senza false iperboli, ci metterà anni a riprendersi. Come al solito mi colpisce vedere come la comunità si è unita e si sta aiutando al meglio, che sia attraverso gruppi di babysitteraggio, gruppo di lavandaie o gruppi di manovalanza, insieme, sotto la bandiera strappata. Quella stessa bandiera che ho per anni tanto sfottuto, e che invece è il simbolo stesso del vivere comune.
Houston ha mandato l'uomo nello spazio, non si fa certo piegare da un po' d'acqua. E. forse, riuscirà anche a perdonare i tacchi a spillo di Melania in visita a Corpus Christi, outfit perfetto per stringere la mano a chi ha perso tutto.
Ah, mille grazie Coldplay!



p.s.
Ho decido di descrivere Harvey attraverso i miei occhi.
Per chi è interessato ai motivi per cui le cose sono andate come sono andate e sono state prese le decisioni che sono state prese, questo post, scritto da tale Cort McMurray, è eccellente.

Things non-Houstonians need to understand:
1. The streets and many of the public parks here are designed to flood. We sit just 35 feet above sea level, and most of the city is as flat as a pool table. We average about 50 inches of rain a year. The streets and parks serve as temporary retention ponds, accommodating slow, steady drainage through our bayous.
2. We average about 50 inches of rain a year, but in the last 48 hours, many areas of greater Houston received 25 to 30 inches of rain. That's six to nine month's worth of rain, in two days. The drainage system, which works well in normal conditions, was overwhelmed. Officials are calling this an "800 year flood": that means there was a one in 800 chance of its occurrence. Even with advance notice, there was little means of preparing for this.
3. It is impossible to evacuate a city the size of Houston. Harris County is 1700+ square miles, with a population of 6.5 million people. How do you evacuate 6.5 million people? During the hours leading to Hurricane Rita's landfall, tens of thousands of Houstonians attempted evacuation. The traffic jams lasted for days. One hundred people died. So far, six Houstonians have died in Hurricane Harvey, all of them (as far as I have heard) drowned in their automobiles. For more than a decade, the local mantra has been "shelter in place and hunker down." That's hard, but it's the right approach.
4. Some outsiders are treating this disaster with schadenfreude: Texans helped elect an anti-big government president, and now we're going to need big government help. Houston is the bluest spot in Texas, and voted Clinton in 2016. Suggesting this is karmic payback for backing Trump is as inaccurate (and offensive) as Pat Robertson's suggestion that Hurricane Katrina was God smiting sinners. We really aren't thinking Red or Blue right now. We are taking a royal beating, all of us. Disasters don't care about ideology.
5. You are going to feel this. Gas prices are going to skyrocket. Oil refined products, everything from PVC pipe to dry cleaning fluid, will rise in price. The stock market will take a hit. New Orleans is a fantastic city, but it's not a major economic force. Houston is the center of the nation's energy industry. It's home to dozens of Fortune 500 companies. And 85% of it is under water. It may be this way for weeks. The aftermath of Katrina captured the world's attention. The aftermath of Harvey is going to grab you by the lapels, and shake you 'til you're cross eyed."

Friday, 4 August 2017

Report di inizio agosto.


Si stanno concludendo le mie settimane sabbatiche, quelle in cui io sono a lavorare e loro sono in Sicilia al mare. Quest'anno è andata un po' diversa, nel bene e nel mare, perchè li ho accompagnati io in Italia e siamo stati tutti insieme in Liguria con zii e cugini. Poi loro sono andati a Sud ed io in Toscana per lavorare un paio di giorni prima di tornare Houston. Questo mi ha un po' rovinato l'idillio della solitudine texana, perchè in Liguria ci stavo proprio bene a sfondarmi di pesce fresco sulla spiaggia tutto il giorno.
È interessante come il trend di quello che faccio e come mi sento in questi giorni da sola stia cambiando. Il primo anno quasi non uscii di casa, non cucinai, non lavai, non feci assolutamente nulla a parte andare a lavoro e guardare How I Met Your Mother. L'anno scorso mi detti un tono, andai tutti i giorni o quasi a yoga, uscii a cena alcune volte, andai a giro per mostre e musei e, soprattutto, preparai nel dettaglio le nostre ferie familiari (Colorado) e la festa di compleanno della Bianca. Quest'anno invece non ho nulla da organizzare, le ferie son finite e questi giorni hanno il sapore di fine estate, bagnati di quiete e routine: vado a yoga quasi tutti i giorni, sono stata a teatro (la 12ma notte) e al mare (Galveston), a cena fuori un paio di volte, ho bracato un po' in piscina. Domani probabilmente andrò a cinema da sola (Spiderman - Homecoming), come non faccio dal 2011, in quello che fu il mio primo giorno di maternità (Harry Potter 7 - come al solito vado a godermi film d'essai). Ho fatto anche un po' di shopping svogliato (VS), stampato delle foto per rinnovare le cornici, riassettato la casa. Domani darò una lavata ai tappetini del bagno. Sono stata bene, come sempre quando sono da sola per un periodo limitato, ma con quel retrogusto amaro dell'emigrante nostalgico che guarda il sole tramontare in direzione del paese natio. Erano quattro anni che non andavo in Italia d'estate. L'Italia d'estate, con i dollaroni in tasca e gli amici sotto l'ombrellone, è il paese più bello del mondo.
Loro tornano a metà della prossima settimana, ci saranno 15 giorni di traccheggio e poi ricomincia la scuola. Non sono pronta. Non all'inverno, che come è noto non arriva fino a gennaio, ma alla sveglia presto, i lunch box e il mantra del "vai giù e mettiti le scarpe". Ma sopratutto non sono pronta a affrontare settembre, con il suo carico di tristezza e con il mio compleanno, che da qualche anno a questa parte, mi fa sentire come se stessi per scadere. Tornando alle frivolezze, mi preme elencare i tormentoni di queste settimane sabbatiche: Game of Thrones - ovvio -, Ed Sheeran, il ritrovato commissario Montalbano, lo stock market, i 101 modi in cui Trump verrà fatto fuori - in questo sono spettatrice delle speculazioni dei miei colleghi all'ora di pranzo -. Ah, e poi ho piani espansionistici bellicosi top-secret che magari mi tirano su il morale autunnale. Ora mi rimetto a guardare twin peak S3, che è così action-packed che ti fa venir voglia di guardarlo mentre fai altre tre cose nel mentre, incluso guardarti contemporaneamente una puntata di qualcos'altro in cui qualcosa succede. xx

Wednesday, 28 June 2017

Fasi

Ogni paese in cui ho vissuto ha rappresentato una fase particolare della mia vita. Non quelle evidenti all'osservatore occasionale, come le relazioni amorose o la maternità o la carriera. Fasi meno appariscenti, forse anche meno importanti, ma ugualmente totalizzanti.
La mia fase fiorentina si è focalizzata sulla mia personalità casalinga e arredatrice. La mia vita era costellata di cene a casa d'amici e amici invitati a cena, oltre a infiniti viaggi per negozi di mobili. Avevo, dopo tutto, da arredare quella che pensavo sarebbe stata la mia casa semi-definitiva.
La mia fase londinese era l'esatto opposto. Mi sentivo talmente precaria che arredare case non aveva alcun senso. Poi per 2 anni e mezzo ho vissuto in 16 metri quadri: c'era poco da arredare e non c'era spazio per invitare nessuno. Poi a Londra si va al pub e festa. Mi sono allora concentrata completamente sul fashion. A Londra ho comprato vestiti, ho girato infiniti mercati, ho rifornito il mio guardaroba di scarpe con il tacco alto frivole e/o costose. Non passava settimana che non visitassi un negozio nuovo o serata che non sbirciassi qualche sito di stilisti. La mia meta preferita erano le charity shops, la mia domenica ideale un giro a Spietafield. Mi ricordo che un bel giorno, nell'incertezza del comprare o meno un altro cappotto perché l'armadio dello studio flat era pieno, risolsi cambiando casa e comprando un armadio per i cappotti.
Poi mi sono spostata a Houston con il fisico che non è più quella di una volta e la voglia di comprare vestiti è passata definitivamente. I cappotti comprati a Londra mi basteranno tutta la vita perché qua, quando non ho i calzoni lunghi e la maglietta per stare in laboratorio, ho i calzoncini e la camiciola perché si muore di caldo. Allora è iniziata una nuova fase, che quella della fitness. Chi l'ha detto che chi viene in America si dà al junk food e si arrende all'obesità. È tutto il contrario, almeno nei dintorni di casa mia. Ho già detto in altri post che la mamma media di queste zone indossa solo esclusivamente vestiti da corsa, o da yoga o da cross-fit. La mamma figa, qua, non e' soprannominata YummyMummy come a Londra, ma Lululemon mom. Posso forse essere da meno? Sto anche attraversando un periodo emozionalmente intenso, da cui mi sto districando con estrema fatica. Per una che ha la mia storia familiare, lavorare a MD Anderson Cancer Center non è psicologicamente facile. I motivi penso siano piuttosto scontati. A causa del mio troppo sapere, ultimamente sono pervasa da brutti pensieri di morte imminente, tragedia in agguato, diagnosi letali. Allora, invece di perdere tempo a pensare alla morte in maniera passiva, ho deciso, insieme al mi' marito che funge da musa ispiratrice, di prendere il toro per le corna e morire sul campo di battaglia. Almeno poi mi sarò guadagnata il Valhalla e ci saranno almeno 10 vichinghi figaccioni che mi inoltreranno ai piaceri dell'aldilà. E quindi, in un momento di totale follia, io e il mio marito ci siamo iscritti tough mudder. Al mezzo tough mudder via. Lo ripeto: abbiamo pagato 100 dollaroni a testa per andare a ammazzarsi di fatica in una "gara" militaresca che prevede bagni nel fango, scalata di muri scivolosi e monkey bars. Chi vivrà vedrà, anche se ho la vaga impressione che costei probabilmente non sarò io.


Thursday, 8 June 2017

B incontra dio


"Mamma stiamo camminando su dio"
"mmm... in che senso?"
"dio e' la madre terra, noi stiamo camminando sulla terra e quindi camminiamo su dio"
"chi te l'ha detta questa cosa di dio e la madre terra?"
"nessuno, l'ho pensato io, ovviamente"

Quando i bambini non sono esposti a alcun tipo di input religioso, quando non vedono crocifissi appesi ovunque, quando nessuno dice loro mai che se si comportano male andranno all'inferno o che si devono comportare bene, cosi' che avranno una qualche ricompensa, quando, insomma, stanno lontani dal concetto che "qualcuno" si e' sacrificato per noi e che il nostro destino e' in mano a qualcun altro, intuiscono la divinita' nell'unica cosa dove ha senso sentirla.

La Natura.

Mi ha fatto tanto riflettere. E di questi tempi, in cui, se potessi, farei un bel fuoco di tutti i dogmi, le chiese e i fanatismi, mi ha fatto pensare che la spiritualita' e' bella e pura.
E' la catechesi che mi fa cacare.


Thursday, 20 April 2017

It is all about perspective

You walk into someone's life and you know nothing. You assume, because they are smiley and friendly, that they had an easy life: no drama, no trauma, no death to make them angry.
You assume that you always are the different one, like when you were the scared little girl that had to change school in 3rd grade because her mom had died and her dad couldn't handle it.
That stigma, that you were the different one, the unlucky one, the one that had to be strong and knew what life was all about. That stigma is still there with you everyday, when you believe that you had the shittiest life - for a middle class, first world, so far healthy woman of course: perspective always-.
It's there when you assume that everyone else, in your middle class, first and almost healthy world, comes straight out a fairy tale book.
Until it is not.
Until you realize that many others had a pretty shitty life and you had no idea. Because, like you, they are smiley and friendly, but they nod in deep understanding when you say that you know what loss means. Exactly as you did so many times.
I have been pretty unlucky for time to time in my life - many will not have to go through some of my shittiest moments. But many others have already, and I did not know. And all I want to do now is to hug them all and tell them that I know how they feel, I know that life can be awful and then beautiful again. And beyond sadness, and grief, and anger there is joy again. Because after a storm there is always a rainbow.

Thursday, 6 April 2017

Io sono a favore dei Lego Friends

Qualche tempo fa sono incappata in una discussione con una amica sui giochi da bambini legati al genere. Partiamo dal presupposto che i giochi sono giochi e ogni bambino dovrebbe poter giocare come e quanto vuole. Ammetto però che, quando devo fare un regalo di compleanno a un amico o amica dei mie figli, generalmente mi oriento sul genere. Non tanto sugli stereotipi di genere, ma, a parità di gioco, diciamo il playdoh, non regalarei il castello di ghiaccio di Elsa a un bambino. Mi farei meno scrupoli con una bambina, ma l'altro giorno, con il gioco in cui si accessoria qualcosa con i magneti, ho glissato sulla macchina e ho pensato di regalare le donnine da vestire - ho infine risolto con le costruzioni a pettine. Per inciso, noi di donnine da vestire ne abbiamo ben 3 set e ci giocano tutti, maschi e femmine; ma vai a sappi tu come reagiscono i genitori, meglio andare sul sicuro.
Sono ben contenta di avere un maschio e una femmina, perché in casa mia, nonostante i mie plurimi tentativi di far passare le feste con il minimo sindacale di regali, c'è di tutto di più, da bambole rosa a piste per le macchine, e entrambi giocano con tutto, a seconda dell'umore. In case in cui il sesso è unico, c'è di solito meno varietà, cosa comprensibile per i motivi di cui sopra, ma che a cui forse si potrebbe poggiare un pensiero e porre rimedio. Mi rifiuto di pensare che nel 2017 ci siano genitori che non permettono ai figli maschi di toccare le bambole o a figlie femmine di impugnare spade. Non succedeva nemmeno ai miei tempi, io non ho ricordi di aver mai giocato con bambole, ma ho il nitido ricordo di aver adorato i robot componibili.
Ma a parte questo, il fulcro della discussione con la mia amica era sui Lego e la polemica sui Lego Friends e Elves. Ora, io mi sono scoperta una appassionata tardiva di Lego, in casa mia ne abbiamo a bizzeffe e forse non siamo nemmeno all'inizio. Lasciamo perdere che mi sono comprata il castello di Dracula e non vedo l'ora sia Halloween per ingaggiare tutta la famiglia, montarlo e sfoggiarlo sul mobile rosso di salotto. Abbiamo parecchi Lego "da bambine", che montiamo e smontiamo in continuazione e che non hanno nulla di diverso da quelli tradizionali, a parte nelle ambientazioni. Ed è proprio per questo che la polemica contro il Lego "da bambine" mi fa incazzare: perché non andrebbero bene? se lo scopo del gioco è spronare alla costruzione, perché non si può farlo su un terreno congeniale? perché è diventato così strano che una bambina possa preferire il castello delle fate alla nave pirata? Ben inteso che se vuol costruire la nave pirata, nessuno glielo vieta, ma se non ci fosse il castello degli elfi come alternativa, dovrebbe farsi piacere per forza la nave pirata o "rinunciare" a giocare con le costruzioni. Qui qualcuno dirà: ma puoi comprare quelli sfusi. Vero, ma onestamente gli altri son più fighi.
La mia vera polemica è che mi sembra che si stia passando da bambina = principessa a tutti i costi, all'opposta visione di bambina figa solo se snobba le principesse e si veste da dinosauro. Che poi nel mondo del lavoro si traduce in manager donna bravo solo se si comporta come un uomo. O quasi.
Penso sia molto più proficuo educare i nostri figli alle differenze fra i sessi, nella piena consapevolezza che non ci sono limiti e uno può essere quello che vuole. E che se ti piace vestirti da principessa e ballerina va benissimo: con quel vestito di lustrini vai e conquista il mondo.

Sunday, 19 February 2017

Di come l'arte si insegna e si impara

Lo scorso giovedì ho approfittato di un momento di tregua fra una influenza e una bronchite e sono andata a fare volontariato nella classe di arte della B. La nostra scuola è un magnet fine art, il che significa che ha attività ancillari a indirizzo artistico, nella fattispecie: arte, musica e danza, oltre alle più comuni educazione fisica, biblioteca e computer. Queste attività ancillari si svolgono in classi apposite e hanno insegnanti specializzati.
Nella nostra scuola, e nelle scuole americane in genere, la partecipazione dei genitori in attività di volontariato è cospicua. I genitori che lavorano devono accontentarsi di partecipare ogni tanto. Questa volta cadeva all'ora di pranzo e non me lo sono fatto dire due volte. 
Il nostro compito era supervisionare e facilitare la fabbricazione di un uccellino di creta - regalo per la festa della mamma. 
Mrs J, la maestra di arte superstar, ha accolto i bambini con il rossetto rosso e un fiore rosso da ballerina di flamenco fra i capelli. Seduta sul banco di lavoro e con il grembiule addosso, ha chiesto ai bambini di sedersi in terra come "good Monna Lisas" e di ascoltare la spiegazione del lavoro del giorno. Intagliare la sagoma del corpo e delle ali, decorare le parti con materiale rigorosamente di recupero (un conchiglia, un tappino del succo di frutta, un lego), assemblare l'ala al corpo, creare occhi e becco. Una canzoncina per memorizzare la sequenza delle operazione e via. L'opera di terracotta doveva essere poi riposta in una bustina per essere messa a essiccare ed essere pronta per la successiva fase di pittura - alla quale purtroppo non potrò assistere. I bambini stavano incredibilmente in assoluto silenzio, completamente assorbiti dalla spiegazione. Si sentiva solo la voce di una bambina che traduceva in cinese la spiegazione al compagno appena sbarcato in USA che non parla inglese. Io me ne stavo in un angolo in fondo alla classe a osservare sbalordita tutto quell'entusiasmo ordinato. 
Quando è stato dato loro l'OK, sono schizzati al loro posto e, concentratissimi, hanno iniziato a lavorare. In poco più di 20 minuti, tutti e 19 i bambini di età intorno ai 6 anni, hanno creato il loro uccellino, con una maestria che io, da profana, non mi sarei mai aspettata. Venti minuti senza sgarrare, perchè è importante imparare che il lavoro va eseguito bene e nei tempi stabiliti. 
L'uccellino di creta, per quanto carino, impallidisce davanti alla qualità delle altre opere d'arte di questi ragazzini. Autoritratti ispirati a Matisse, chitarre a collage del Picasso cubista, mattonelle decorate, sculture in terracotta, installazioni alla Louise Nevelson - per la qual opera ho gioiosamente donato uno ziplock da un gallone di giochini del cavolo che, invece di finire anonimamente nella spazzatura, verrano sublimanti in arte. 
Definiti "easy peasy lemon squeezy"
i coni sono stati il riscaldamento
 artistico della classe K
Mrs J superstar ha anche un blog, che purtroppo non ha il tempo di aggiornare da una anno, che però rende l'idea della qualità del lavoro che propone ai suoi studenti. Avevo già avuto il mio momento di stupore quando la B ha portato a casa per thanksgiving il vaso di fiori a collage, ispirato ai girasoli di Van Gogh, che in un momento di folle altruismo ho regalato a mia suocera.
"Vaso di Fiori"
B.A.C. 5 anni
Ora io, non sapendo manco fare una O con un bicchiere, rimango facilmente impressionata, ma questi bambini sono tutti eccezionali. I lavori esposti nel corridoio della scuola, che di rado noi genitori possiamo ammirare, sono tutti - e dico tutti - eccellenti. Ammesso e non concesso che non si concentri alla Roberts Elementary di Houston la prossima generazione di Monet e Dalì, mi tocca concludere che l'arte, così come la matematica e la lettatura, si insegna e si impara. E allora mi chiedo, con una punta di fastidio, perchè a me nessuno l'abbia mai insegnata, che mi sarebbe tanto piaciuto. Eppure il mio professore delle media, che era anche un artista che per essere a Pistoia faceva il suo, ci aveva giurato il primo giorno che avremmo presto riso della nostra inettitudine all'arte. Ecco, il giorno del riso per me non è mai arrivato, e ancora mi sta al culo. Ma bando ai rimpianti, che oramai che è stato è stato. Dopo aver fallito con la mia sorella, che non mi ha mai voluto far esporre in casa le sue opere, aspetto a gloria di riempire le pareti con quelle della mia figliola. L'autoritratto stile Matisse arriverà nel prossimo futuro, non appena la B avrà finito di farsi quella capa di riccioli che si ritrova e che, a detta della mitica Mrs J, le stanno dando del filo da torcere. 

Friday, 10 February 2017

Le sere sono uguali, ogni sera è diversa.


Una serata uggiosa come troppe, con una discussione senza senso sulla pizza, un bel fagotto di stanchezza, l'uggia della routine, la pazienza finita, la casa immersa nelle urla e il casino e io che ho solo voglia di silenzio.
Poi l'ora di andare a letto con il libro nuovo a capitoli, la B che russa dopo un minuto e F che rompe le palle.
- Stai qui - Va bene sto qui, però metti la testa sul cuscino, chetati e dormi - Stai qui accanto a me - Ti canto una canzone -
...Un vecchio e un bambino...
E da li non mi sono più ripresa, la mente ha vagato 30 anni di canzoni, urlate a squarciagola in macchina nelle sere di estate, cantate con il groppo alla gola perchè sembravano parlare di me, canzoni che hanno regalato emozioni, canzoni legate a un ricordo specifico. Vidi il testo di "Un vecchio e un bambino" scritto sul diario della mia amica Amanda in prima liceo e da lì mi è toccato cantare Guccini per 20 anni. L'avvelenata urlata per le parolacce è sempre stata l'arma di catarsi suprema, specie in macchina la notte. Eskimo, perchè a 20 anni era tutto ancora intero e si poteva avere tutto per possibilità. Ed il monito che "bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà" mi ha guidato in più di una occasione in questi travagliati 42 anni di vita. La mia canzone preferita era sempre stata "Canzone quasi d'amore", perchè nella mia camera a Pistoia, mentre studiavo per qualche esame, mi sentivo proprio di fare goffi voli, di azione e di parola, volando come vola il tacchino.  "Farewell" invece si cantava a squarciagla in Valle Ombrosina con la chitarra, davanti al fuoco e l'alcol che scorreva a fiumi. Parlava di noi, dei nostri 20 anni, dei nostri amori e del senso di ebrezza che si provava a affacciarsi per la prima volta alla finestra dell'età adulta. Era il nostro motto, i primi anni dell'università, che non c'è niente che non passi o che non resti con il vino.
Poi le ali per me hanno iniziato a spiegarsi, per fortuna, e ho smesso di sentirmi un tacchino, ma sul Camino Inca, davanti alla immensa valle dell'Urubamba, c'era sempre Guccini con me.  ...Sentì che era un punto al limite di un continente... Tutte le volte che la Natura mi sovrasta, in cima all'Himalaya così come davanti all'oceano in Brasile, quelle parole mi sono sempre tornate alle labbra.
La serata è andata avanti così in flusso di coscienza. F è crollato a metà di Cyrano e la mia mente è andata per i cazzi suoi, saltando da un cantautore dall'altro. Dal bar del liceo sulle note di ...compagno di scuola, compagno di sempre ti sei salvato dal fumo delle barricate... alle notti in montagna quando qualcuno mi cantava ...e te ne vai con la mia storia fra le dita.... ed io non capivo perchè, che era passato troppo tempo. Qualcun altro una volta mi deve aver detto che gli ricordavo la ragazza di autogril, quella bionda senza averne l'aria; eppure io mi sono sempre sentita quella con un posto dentro te in cui fa freddo e nessuno pare l'abbia mai capito. La mente ancora va, senza catene, come il falco di Grignani e sono le 11.20 e dovrei dormire. Da quanto tempo non pensavo a quegli anni, a quei luoghi, a quelle emozioni. Erano anni intensi, di fatti e di persone. Ero a casa, eppure spesso anelavo a essere da qualche altra parte ..Così dicevi e mi chiedevi professore, dimmi se sono un qualunquista un uomo ad ore... Questa è spuntata da chissà dove, mi piaceva tanto. Quando ero più giovane parlavo a testi di canzoni, ne sapevo decine, mi vantavo di essere un jukebox, cantavo a richiesta nonostante sia sempre stata notevolmente stonata. Dove sono finite tutte quante? Per stasera è una domanda che resta lì senza risposta, perchè si è fatto tardi, davvero, e non è sano rimpiangere i 20 anni, le notti stellate e la chitarra. Le notti stellate alla fine son sempre lì, me n'è capitata una sotto mano di recente, con Orione splendente sopra la testa, il mare calmo davanti e una bambina per la mano a cui mi sono ritrovata a sussurrare ... sentì che era un niente, l'oceano immenso di fronte. Ora è tempo di dormire accanto a quello a cui un tempo dedicai "L'uomo che cammina sui pezzi di vetro" (che non apprezzò, perchè odia la sfigata canzone italiana). Domani è un altro giorno e qui c'è da rititarle su, le barricate. Però non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni, si possa far poesia... e invece pare che si studi a scuola, Guccini, al giorno d'oggi e questa, ecco, proprio non mi va giù. Mi consolo che quei due forse studieranno Bob Dylan.

Sunday, 29 January 2017

Dallo scienziato a Facebook


Hai presente il telefono senza fili, quel giochino che facevamo da bambini, in cerchio, in cui il primo sussurrava qualcosa nell'orecchio dell'amico vicino, che a sua volta sussurrava quello che aveva capito all'amico accanto e, via dicendo, fino alla fine? Quando l'ultimo bambino ripeteva a alta voce la frase, di solito era una cosa buffa, praticamente inventata, che poco (e più spesso nulla) aveva a che vedere con la frase originale.
Ecco: il primo bambino è lo scienziato intervistato, l'ultimo il post di facebook che tanto piace lik-are e condividere; nel mezzo tutta una serie di giornalisti, persone non del settore ma che si ritengono informate, gente comune, qualche troll. 
Vogliamo fare un esempio pratico che infuoca gli animi di tutto il mondo e che a me, invece, onestamente, sta iniziando a diventare pesante e noioso come un macigno monocromo? Il caso Wakefield e il suo pluricommentato articolo sul presunto legame fra vaccini a autismo.
Il paper originale, poi ritirato da Lancet, dichiarava una presunta correlazione fra il vaccino trivalente MMR e autismo. Il trial era ridicolo, c'erano conflitti di interesse, comportamente non etico,  i dati erano falsificati ecc ecc. 
Il punto che mi preme sottolineare è che nemmeno lui dichiarava una correlazione tout-court fra vaccini e autismo, ma solo fra quella specifica formulazione, di quello specifico vaccino trivalente, somministrato in quegli anni in Inghilterra e l'autismo. Il suo vaccino monodose, appena brevettato, era dichiarato sicurissimo. Per esempio. Queste dichiarazioni, false, sono passate di bocca in bocca, complici mezzi di diffusione di massa, meccanismi di creazione di panico collettivo e complottismi, per arrivare all'equivalente fine anni 90 del meme di facebook: i vaccini causano autismo.
Se si vuole ripassarsi tutta la storia, questo fumetto è un buon punto di partenza.
Un altro esempio? il bicarbonato cura il cancro. Qualche tempo fa, ho assisto a un talk del tipo che, fra tanti, ha involontariamente contribuito alla diffusione di questo falso mito. Nei suoi studi aveva trovato che la basificazione dei certi tessuti tumorali poteva portare alla regressione di certi meccanismi di proliferazione. Era un "proof of concept" lecito: i tessuti cancerogeni di solito hanno un pH leggermente più acido del resto del corpo. Aveva questi dati in una diapositiva all'interno di una presentazione esaustiva di imaging diagnostico, durante una intervista con una rete nazionale. L'unica cosa che venne riportata fu sta cosa del bicarbonato, ultrasemplificata, che poi si è tradotta in: il bicarbonato cura il cancro e non ce lo dicono perchè così possono fare i soldi sulle medicine. E su questo argomento, che mi sta particolarmente a cuore, per motivi personali ancor prima che professionali, non mi stancherò mai di ripetere che uccidere il cancro è facile (basta un po' di varichina), il problema è uccidere il cancro e lasciar vivo il paziente.
Mi fermo, ma ci potremmo fare una serie a puntate su credenze simili, che nascono da un errore di comunicazione fra vertici e base. Volete le puntare? Siti che provano a spiegare e far luce si sprecano: da Bufale un tanto al chilo a MedBunker. Sennò chiedete, ne ho in serbo varie, che spaziano dall'olio di palma, al grano avvelenato, passando dall'OMG, i pesticidi, le radiazioni e l'omeopatia. Solo che sono molto lenta a scrivere. 
Ora, io non credevo ci fosse la necessità di questo post, e forse in effetti non c'è, ma sono rimasta colpita dal putiferio che l'affermazione del Dr Burioni, letteralmente "la scienza non è democratica" ha creato, e ho sentito di dover dire la mia. No, la scienza non è democratica, non nel senso che non
deve essere data la possibilità a chiunque di capirla, ma nel senso che i dati sono dati, e rimangono tali anche quando ci danno torto. Chiunque faccia ricerca, conosce bene quella frustrazione, di avere le tue convinzioni negate dai dati sperimentali, e la fatica di superare la tendenza, umanissima, di volerci leggere quello che ci piace di più.
Infine una riflessione: quanti soldi devono essere spesi per provare e riprovare quello che è già stato provato e assodato, allo scopo di convincere i complottisti? Non sarebbe meglio spenderli altrove, quei soldi? Se non si fosse inteso la ricerca costa assai, cose da scoprire ce ne sono ancora a bizzeffe e non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Per tornare al punto del post, e cioè sulla difficoltà di comunicazione fra scienziati e non, vorrei chiedere a chi è arrivato a leggere fin qui, un paio di favori: 1) insegnate a noi scienziati il modo migliore per comunicare con voi, i non addetti ai lavori e 2), ancora più importante, ponetevi da ora in avanti il problema non tanto di verificare le fonti, che dovrebbe essere dato per scontato, ma di verificare che "la traduzione" da linguaggio tecnico a linguaggio comune sia corretta. Inutile girarci tanto intorno: una notizia di una possibile cura riportata da Nature o dal sito NelNomeDellaDea (me lo sono inventato, ma ci sta che esista) ha, per forza di cose, due pesi diversi. E son pronta a scommetterci dei soldi che, se di cura miracolosa e complotto di parla, sarà nel secondo. Inutile anche sottolineare che per tradurre il linguaggio tecnico in linguaggio comune è necessario semplificare, ma se si semplifica troppo, ritocca per cercare lo scandalo, taglia e riattacca, e decontestualizza, alla fine magari un fondo di vero in quella notizia c'era, ma ci per come è riportata ci corre come fra scienza e fantascienza (o culo e le 40ore, come più vi aggrada).

Wednesday, 18 January 2017

The kids are alright

In effetti sono mesi che non scrivo nulla. Mi fa piacere che qualcuno mi abbia chiesto se mi si fosse seccata la penna. Un po' devo ammettere che è così. La verità è che non ho molto da raccontare. La vita quotidiana prosegue nella più totale delle routine, della serie i figli crescono e noi si invecchia, che, per quanto mi riguarda, va più che bene. Sui fatti di cronaca e politica mondiale, poi, ho esaurito gli argomenti litigando con amici e gente a caso sui social network.
I temi trattati sono stati: Trump, il referendum costituzionale - che mi ha tenuta impegnata per una settimana buona -, se gli italiani all'estero debbano o no avere diritto al voto, Trump, se il Brexit s'ha da fare, ancora Trump, l'olio di palma, i vaccini, se la vittoria del no sia o non sia paragonabile al Brexit, se valesse o meno la pena di andare a guardare Doctor Strange, se Renzi sia stato buono o cattivo, Trump.
A parte questo chiacchiericcio, gli unici fatti rilevanti, nel bene e nel male, degli ultimi due mesi, sono state le vacanze di Natale fra immersioni e amici italiani in visita e il furto delle nostre biciclette. Ah, e mi hanno promosso a faculty member. E sono riuscita a mettere in piedi una collaborazione con l'Italia che spero dia la scusa di tornare a casa senza dover prendere ferie.
La verità è che sono stata circondata da mille uccelli paduli (che, per i non toscani, sono quelli che volano all'altezza del c@@@), e molte di queste beghe sono ancora allegramente irrisolte. Il furto della bici è solo l'ultimo della lista. Nessuna è una fantozzata esilarante, quindi non vale la pena di dilungarsi.
Ma insomma, nel mentre, è iniziato il 2017, nonostante il mio lurkare.
Sono preoccupata per la nuova amministrazione USA, per il mondo che sembra impazzire e voler tornare indietro di 50 anni, per i soldi che spariscono dal conto nella forma di bici rubate e affitti non pagati. Questi sentimenti sono preponderanti, da cui la penna seccata. Ma ovviamente la maggior parte delle cose vanno bene, e ci sono cose che mi rendono molto contenta.
Per esempio sono contenta per la scuola della B per quello che sta imparando e come lo sta imparando, per le sue opere d'arte fatte di materiale di riciclo, per la sua sensibilità verso l'ambiente e avversione agli sprechi, perché a thanksgiving ha detto che era grata per i suoi genitori e suo fratello e per tutti i libri che aveva che adesso poteva leggere da sola.  La mia ossessiva compulsiva mania per la raccolta differenziata, unita alla regola ferrea dei compleanni "no gift" e ai costumi improvvisati a richiesta con quello che c'è in casa, sta chiaramente sortendo qualche risultato. Probabilmente le ricacherò tutte fra qualche anno, quando una figlia shopaholic mi ruberà la carta di credito la notte.
Sono molto contenta per il carattere di quel matterello di F, che nonostante pensi di essere un leone per la maggior parte del tempo e, quando non lo pensa, si trasformi in una cavalletta indemoniata che si lancia da altezze decisamente non consone, sembra essere dolce, sensibile e socievole, nonché incazzoso peggio di su ma. Praticamente bipolare.
Sono contenta anche per il resto della gente che mi circonda, più o meno da lontano, c he fanno il suo a farmi sentire meno "da sola contro il mondo", sentimento in cui sguazzo volentieri da tutta la vita.
Per ora è tutto, ma mentre scrivevo questo post a caso, mi sono venuti in mente un paio di argomenti, forse lievemente più interessanti, che spero riuscirò a mettere nero su bianco prima del prossimo Natale. E a proposito di cose a caso, BlogSpirit ha cancellato il mio vecchio blog (Storie a Caso, n.d.r.), di cui per fortuna ho un back-up, che forse un giorno diventerà un libro. Chissà

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