Thursday, 10 November 2016

Make America Likable Again

questa mi era piaciuta di piu'
Ieri ho preso la giornata libera e non ho letto o scritto nulla. Ho solo versato un paio di lacrime ascoltando il concession speech di Hillary. Io non ho votato, come al solito - fatto che sta diventando abbastanza frustrante - ma ho vissuto queste elezioni 2016 in primissima persona, a lavoro, alle scuole dei miei figli, fra gli amici aventi diritto al voto e non.
Ieri mattina l'atmosfera era surreale, gente con gli occhi cerchiati di nero dalla notte insonne, che scuoteva il capo e diceva: "mi dispiace". Messaggi su messaggi sui miei social e sulle mie messaggerie da parte di amici, conoscenti, gente a caso che voleva sinceramente sapere e capire, dare opinioni, o piu' semplicemente sparare a zero. Ho cercato di tenermi lontana dal qualunquismo di certi discorsi  ("che cosa ti aspetti dagli Americani"), ho condiviso pacamente la mia opinione, ma sono rimasta molto piu' infastidita del dovuto dal sarcasmo. 20 anni di Berlusconi mi hanno tolto la voglia di giustificare perche' un soggetto del genere possa anche solo pensare di essere candidato. Ed e' per questo che ve lo faccio spiegare da qualcun altro: 
ecco perche' Trump ha vinto le elezioni del 2016, leggetelo qui (articolo).
Spot on. 
C'e' solo da aggiungere che, nonostante a me lei piaccia assai e penso avrebbe dato un calcio a questo paese nella giusta direzione, soprattutto per la popolazione femminile, Hillary Clinton rappresenta la vecchia politica e questo alle "elite" dell'articolo linkato (lo avete letto vero?) non piace.
Un paio di punti e poi dico quello che mi preme dire.
Trump non e' un dittatore, per ora, e' un presidente di un paese democratico. Il che significa che non si puo' alzare una mattina girato di coglioni perche' il materasso del letto della Casa Bianca ha fatto venire il mal di capo a Melania e cancellare l'Obamacare, dichiarare guerra alla Cina o rimpatriare gli Italiani perche' sono sudici e dicono parolacce (true story). Inoltre, da buffone quaquaraqua quale sembra essere, prendera' toni molto piu' moderati su svariti punti. Perche' a chiacchierare siamo tutti buoni, poi c'e' da governare. 
Per il momento, quindi, cerchiamo di non indulgere in inutili allarmismi, o, almeno, non aspettateli da me. Non avrete nemmeno parole di odio, sgomento e rabbia, perche' ho esaurito le mie risorse di fede nel buonsenso con martedi' notte. Ce ne erano rimaste poche, del resto, dopo il Brexit e i fatti di politica Italiana (family day in primis). 
Martedi' ero anche sola in casa, marito in New Jersey, bambini a letto, bottiglia di vino, dito fremente che cliccava in maniera ossessiva compulsiva gli aggiornamenti. Una serata molto triste. Ma fra tutti gli "o mamma" "che disastro" "vado in Canada" "'cazzo fai America?" ho avuto modo di riflettere su un po' di cose. 
1) I Trump supporter vivono una realta' che a me e' ignota. Chi e' questa gente? Cosa pensa?  Io, e la classe politica di "sinistra", i democratici e liberali, non ne abbiamo idea. Noi, elite di persone che vive nelle aree urbane, che ha come minimo una laurea, che e' abituata a elaborare pensieri indipendenti, a questionare, a fare polemica, non abbiamo fatto, evidentemente, lo sforzo di capire quella realta'. L'abbiamo semplicemente bollata come composta da una massa di caproni. Come quelli che hanno votato "brexit" in UK, o che inneggia ai Family day. E abbiamo perso. Perche' quella massa e' bella larga.
2) La legittimazione di odio, razzismo, sessismo, omofobia e generale isolazionismo e' il vero dato allarmante di queste elezioni. Ma c'era lo stesso, anche se Hillary avesse vinto ed e' un fenomeno che va, purtroppo, al di la' dei confini degli Stati Uniti. E non e' certo nuovo, perche' in tempi bui, ci si chiede la porta di casa alle spalle, con chiave e chiavistello. 
3) Io non ho votato, insieme a una percentuale altissima di legal US residents che pero' non prende la cittadinanza per i motivi piu' svariti - non ultimo il sistema di tasse. Io, come la maggior parte dei sopracitati, facciamo parte dell'elite di cui sopra, quella che snobba i caproni trumpiani ed e' strutturalmente democratica. Forse e' il caso di mettersi doppia mano sulla coscienza, non lamentarsi e agire. Ed e' per questo che, penso, appena possibile, prendero' la cittadinanza americana cosi che alla prossima elezione, votero'. Ah, e mi evitero' le file alla dogana.
Voglio chiudere questo post, qualunquista, di cui nessuno sentiva il bisogno, con una nota positiva.
Il mio Facebook e' composto in maniera smisurata da amici inglesi e italiani (viventi ovunque) e solo recentemente sono iniziati ad apparire amici americani veri, quelli che hanno diritto al voto, per intendersi. I loro post, all'indomani della cocente delusione della perdita di Hillary, che nessuno - in tutta coscienza -si aspettava, hanno srotolato davanti ai miei occhi la profonda differenza fra noi e loro; fra chi, come me, e' cresciuto a pane e assistenzialismo e chi a fried-chicken e capitalismo . Dopo le lacrime di rigore e i commenti, sempre molto intelligenti e pacati - l'elite di sopra, remember? - , la maggior parte ha iniziato a postare link di organizzazioni no-profit da finanziare (climate-change in primis, ma anche gun control e sostegno alle minoranze). Perche' se il governo non ci pensa - e non ci pensera' - ci si pensa da noi. Out of pocket. Perche' noi abbiamo potere di intervento sulla realta' che ci circonda, senza aspettare che qualcun altro ci pensi per noi. 
Perche' alla fine siamo 'stronger together', slogan democratico di queste elezioni, candela a cui appigliarsi se il buio del tunnel dovessere diventare pesto assai, sentimento suggellato negli abbracci di ieri mattina alle 8 nemmeno davanti alla scuola elementare pubblica di Houston, Texas, USA.  

Tuesday, 18 October 2016

We care about your memories

Oggi Facebook, con cui ho un rapporto amore odio, ma che ancora non ho mandato definitivamente a cagare perchè unica mia fonte suprema di conoscenza, mi ha dato il buongiorno con questo.
5 anni fa, oggi, sentivo il bisogno di aggiornare il web che ero sulla via dell'aereoporto. Con la Bianca. Che aveva poco più di due mesi e che prendeva il suo primo aereo, British Airways, rotta Londra-Pisa.
L'anno prima, oggi, mi scadeva il tempo del suo fratello ed avevo fatto un sacco di progetti di passare mesi in Italia, nella mia casa di Firenze, con il bambino neonato, a godermi gli idilli della maternità. L'anno prima tutti quei sogni e quei progetti erano andati a puttane ed era una beffa. Lo schiaffo finale. La calcio nelle costole a quello che già rantola per terra in preda a un infarto.
L'anno dopo mi accingevo a spolverare qualcuno di quei progetti, ma il cuore era pesante e la bocca amara. Sapeva di minestra riscaldata, di festa rimandata, di qualcosa che aveva un retrogusto patetico. Ero patetica, che cosa cercavo di fare? Quello che era stato era stato, tutto era andato a farsi fottere, tanto valeva stasersene a Brentford Docks con le papere e le nuove amiche.
Ma in Italia sentivo il dovere di andare, per far conoscere la bambina alla nonna e ai parenti, nonchè alle flotte di amici che non sapevano nemmeno che fosse stata in arrivo.
Mi ricordo benissimo quel giorno di cinque anni fa, anche senza l'aiuto di Facebook, come una giornata amara. Nonostante l'emoji con il sorrisino di circostanza.
In Italia passai quindici giorni, dormendo sul divano della mia sorella, e andò benissimo. Avevo decine di amici che non mi vedevano da più di un anno, da quando esisteva ancora la vecchia me, che non osavano chiedere come andava, ma che erano sinceramente preoccupati e ansiosi di vedere che faccia avesse quella nuova me.
Andò benissimo.
La Bianca dormì per quasi 15 giorni filati, buonissima, ovunque, conquistandosi il titolo di pupattola finta. In retrospettiva, forse, conoscendola ora nello splendore dei suoi 5 anni e due mesi, per lei c'era semplicemente troppo casino e troppa gente e, saggiamente, decise di salutare la curva e dormire. Lo fa ancora, di mettersi da parte a farsi i cazzi suoi, quando la situazione non la soddisfa e gli amici diventano troppo entranti.
Io andai a mille cene/pranzi/colazioni/aperitivi, vidi tutti o quasi e rimisi un po' di conti. Qualche programma sfumato l'anno prima fu messo in atto. Qualche lacrima fu versata. Molta Toscana venne percorsa in macchina, in solitaria, io e quel cosino nel seggiolino che se la ronfava.
Sì, ha avuto tutto il tempo il sapore della festa di compleanno rimandata per condizioni metereologiche avverse, quando spengi le candele, ma lo sai che non è più il tuo compleanno e ti ricordi di quanto il tuo compleanno vero abbia fatto cacare, perchè eri sola in una stanza a piangere davanti a una candela spenta. Ma una festa, anche se rimandata è una festa. E i demoni vanno prima o poi guardati in faccia per sputargli fra gli occhi.

Sunday, 9 October 2016

4 borse, 2 bambini e una macchina in Colorado


Avevo iniziato a tenere un diario di viaggio di quelli fatti bene, solo elettronico, perché esperienza da mamma viaggiatrice mi insegna che il diario di viaggio di questi tempi si scrive quando i figlioli dormono e la luce è, quindi, spenta.
Ho riportato con dovizia di particolari il viaggio in macchina da Houston a Santa Fè, con cena al ristorante vegano di Forth Worth e sosta notturna al motel di Wichita Falls, poi mi si scaricato il computer appena messo piede a Grand Junction. Qui ho realizzato che avevo inesorabilmente perso il caricabatterie, probabilmente lasciato nell'ostello di Santa Fè, unico AirbBnB che si guarda bene dal rispondere ai messaggi. Quindi tutto è andato narrativamente perduto ed ho deciso di documentare il viaggio in maniera social e globalizzata, postando foto di paesaggi mozzafiato e bambini sudici su FaceBook. Peccato che da FaceBook non trapelino fantozzate e figuracce, aneddoti e commenti, stupore, ammirazione, incazzature e battibecchi.
Nel primo trekking a Mesa Verde National Park, il ranger ci ha fatto notare che tipo di genitori immondi eravamo a tentare la discesa nel canyon con un bambino piccolo senza cappello. Abbiamo perciò comprato un cappello da Junion Ranger, rassicuratato l'apprensiva signora che ci stavamo avventurando nella selva oscura con sufficiente provvigione di acqua e iniziato la discesa, al seguito di una famiglia munita di nonna, neonato in marsupio e una manica di ragazzini. Questo trekking non doveva essere poi così terribile. Infatti ce la siamo cavata, con un po' di difficoltà sui gradoni, qualche lamento verso la fine, ma tutto sommato senza grossi intoppi. Bambini crollati di stanchezza a tavola. Nanna in un piccolo motel di provincia a Cortez, a 10 min scarsi dal parco. Missione compiuta.
A Grand Junction ci siamo avventurati al Colorado National Monument, con tanto di trekking culminante su una roccia che si chiama Devil's Kitchen - notevole - dove abbiamo incontrato una mamma con 5 figli dai quattro anni in su, che si arrampicavano come capre svizzere in ogni dove, seguiti senza indugi dalla B. F dopo qualche tentativo, ha asserito, in italiano rotto, che la montagna è grande e lui è piccolo e che si sarebbe seduto lì a mangiare i goldfish. E così è stato, senza se e senza ma. La giornata è proseguita fra polvere e meraviglia, scandita da vari avvistamenti di falchi pellegrini, ossessione del momento dei minori di famiglia. Ne abbiamo avvistati a decine, anche perché la  categoria copre ogni pennuto, dai corvi alle aquile reali.
Dopodichè c'è stata una giornata di intensa guida, per la strada fino a Denver, fra boschi e laghi, cittadine montane che ricordano molto quelle delle Dolomiti e meraviglie varie. Denver, così come Bolder, sono state belle scoperte inaspettate. Uno crede che le città americane lascino il tempo che trovano. Tutte quante, eccetto forse New York e San Francisco. Cazzata, quest'ultima, da europeo con la puzza sotto il naso. Certo non trovi il paesino medioevale con resti romani, ma trovi città che sono città, dove cammini fra monumenti, musei e arredi urbani, fai shopping e ti fermi a bere il caffè. Denver e Bolder sono fra queste, con l'aggiunta che sono popolate da gente costantemente agghindata in abbigliamento sportivo, tante volte ci fosse da scalare una parete e fare un giro in mountain bike, fra un drink e un colpo di carta di credito. I playground, a Bolder, sono pareti da arrampicata. Mi sembra di aver detto abbastanza.
La strada si è poi svincolata fra altri due parchi notevoli: il Garden of the Gods e il Grand Sand Dunes Natioanal Park, dove l'hiking di un certo livello ha lasciato il posto alla passeggiata con il passeggino o al rotolamento giù da immense, quanto inattese, dune di sabbia. Non è potuta mancare la fantozzata finale, costante di ogni nostro spostamento. La mattina dell'ultimo giorno, quando il programma era tornare a fare sand boarding sulle dune prima di dirigersi verso il Texas, la macchina non si è messa in moto. Sì, eravamo in un AirBnB in mezzo al nulla. No, non era la batteria. Abbiamo passato l'ultimo giorno di ferie bloccati in una cittadina non proprio esilarante, con l'ansia di non poter ripartire. Quel motore che si accendeva, alle 4 del pomeriggio, è stata la più soave delle musiche. Da qua è stato tutta guida fino a casa, dove un ospite e un meeting di lavoro ci attendevano due giorni dopo.
È stato meraviglioso, rilassante, esilarante, non troppo faticoso, rinfrescante e divertente. Una delle migliori vacanze degli ultimi anni, senza dubbio. Un viaggio con la V maiuscosa, quasi - quasi eh - come ai vecchi tempi. Fattibile con i bambini. Alla scoperta di parti bellissime degli States, che da europei nemmeno sapevamo potessero esistere. One State down, many more to come.

Friday, 30 September 2016

Spelling creativo

Si chiama "imaginative spelling".
Le parole vengono scritte con i suoni, esattamente come si fa in italiano, con l'unica trascurabile differenza che in inglese lo spelling è complicato, talmente complicato che alle elementari si tengono dei campionati.
L'altra sera la B si è messa al suo tavolino con la testa china e non la si è sentita per più di un'ora. Quando finalmente si è palesata in cucina, aveva in mano una serie di bigliettini, con dei disegni e delle didascalie scritte da lei, che mi chiedeva di rilegare in un libretto.
Ad opera compiuta, mi sono messa a leggere cosa aveva scritto: c'erano parole sparse, la lista dei colori che hanno ultimamente imparato a scrivere correttamente, e poi frasi di vita quotidiana, tipo "la mamma mi porta a scuola a piedi la mattina", solo che lo spelling era a dir poco estroso, quando non proprio esilarante.
Mi sono morsa le labbra per non fare correzioni, mi sono complimentata per l'impegno e non ho nemmeno accennato alla possibilità di errore.
10 minuti dopo, ho scritto una mail alla maestra.
Non sono madre lingua inglese, come è ovvio. Questo comporta che, sebbene - suppongo possa ammettere - parlo e scrivo in maniera fluente, non ho idea di come l'inglese scritto venga insegnato. Nè tantomeno posso immaginare come si possa insegnare a leggere. Questo "non avere idea" mi dà talvolta pensieri, perchè è chiaro che i miei figli, a scuola, faranno parecchio da sè. È ironico che si ritrovino esattamente come me a suoi tempi, nonostante i loro genitori siano entrambi dottori di ricerca, mentre la mia zia aveva a malapena finito le elementari.
Ma insomma dicevo, ho scritto una mail alla maestra, chiedendo che cosa si deve fare in questi casi, se correggere le parole scritte male - e se sì come - o lasciare perdere e non intervenire, cosa per la quale in materia scolastica propendo sempre fortemente. Io la vedo che le maestre insegnano, mentre le mamme fanno le mamme. Lei mi ha spiegato quella cosa dell'imaginative spelling e mi ha rassicurato che si corregge da sè. Come, sono curiosa di vedere.
"Great Question!We call this imaginative spelling.  Basically, they write down the sounds they hear in order to spell the word.  This is wonderful and you do not need to correct her.  It will correct on its own"
Intanto, un quesito per tutti voi:
chi indovina i 10 animali della foto?

Wednesday, 28 September 2016

Been in the USA a little bit too long?



Hai presente quella serie di pubblicità della Britsh Airways : "when you call it soccer, it's time to come home" e molte altre su questo stile. Ecco, quella è un'agenzia pubblicitaria che sa fare il suo lavoro, a differenza di quelle a cui si affida la Lorenzin. 
Sono stati due anni e mezzo senza una punta di rimpianto. Felice e serena di essermi lasciata alle spalle te, i bus, i cielo grigio, i treni, i casino creato dai tuoi 10 milioni di abitanti, le lunghe ore di pendolarismo e la frutta insapore.
Mi ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare a rilassarmi, per essere capace di passare una domenica in casa senza fare nulla, anche se fuori c'è il sole, anche se c'è un festival e anche se potrei andare al mare, in piscina, al parco, a visitare cose e vedere gente. Si chiama "missing out syndrome" e, a quanto pare, ti piace infettare tutti quelli che capitano a calpestare il tuo suole e sono talmente coraggiosi da restare per piú di un paio d'anni. Insomma stavo proprio bene, qui al caldo, con la mia macchinona e la mia vita da mammetta di alto borgo, quando, tutto d'un tratto, mi sei tornata in mente.
Nelle cose belle.
Nei pub sul fiume, nei parchi con i cervi, nello splendore del South Bank, nelle scale di Saint Paul, nelle luci di Soho e le porte di China Town. Nel cielo blu, che e' raro ma splendente. E mi stai iniziando a mancare, mannaggia a te; classica malinconia da emigrante che guarda il tramonto sull'oceano pensando a casa lontana. Evidentemente sei sempre un po' casa, evidentemente sono stata via troppo tempo ed e' ora di tornare.
Ci vediamo presto, Londra.


Non aiuta che John mi abbia mandato oggi le foto di casa mia!

Sunday, 18 September 2016

E siamo al sesto 18 settembre

Caro Jacopo,

oramai ci sentiamo una volta l'anno, su questo blog che era nato proprio per te.
Anche quest'anno la giornata è passata sottotono, almeno per me.
Sono giorni sempre complicati, pieni di tristezza, pensieri per quello che poteva essere, paura per quello che sarà.
Oggi non abbiamo fatto niente, solo un pranzo tardivo al diner preferito del tu babbo. Ho chiesto alla B se vogliono un altro fratello e lei mi ha detto che ce l'hanno già nelle stelle - l'altra volta che glielo avevo chiesto mi aveva detto di no, che sennò tutti la picchiano, stiamo in qualche modo migliorando-.
Allora le ho detto che era il tuo compleanno, ma mi pare che la cosa l'abbia lasciata solo confusa e quindi ho lasciato perdere. Suppongo che per lei *compleanno* significhi *festa*.
Per me *compleanno* significa *memoria*. L'unico giorno l'anno in cui mi concedo di sedermi e scriverti una lettera di getto, come si fa a un amico lontano, che non si vede mai, ma con cui ci sentiamo sempre vicini vicini. Scrivo con gli occhi lucidi e la testa che vaga. È per questo che questa lettera ti sembrerà sconclusionata.
Insomma, dicevo, sono giorni un po' così, sempre saturi di riflessioni. L'anno scorso mi chiedevo chi fossi, quest'anno mi sono prese mille paure, più o meno razionali, sul futuro. Ho avuto anche la malaugurata idea di prendere tutti gli appuntamenti di vari check-up annuali in questi giorni, così sto anche qua con l'ansia dei vari risultati e la testa piena dei pensieri lugubri che ben conosci.
C'è però una aneddoto bellino, se non altro, su questa giornata.
Mentre eravamo a cena è andata via al luce su tutto il blocco di appartamenti. Un buio pesto a cui nessuno è abituato. Prima abbiamo usato i telefoni e il computer per raccapezzarsi e poi mi sono ricordata che avevo una candela, la tua candela, che mi era stata regalata dopo poco la tua nascita per la giornata del "Pregnacy and Infant Loss Awareness". Me la ero portata dietro in capo al mondo, intatta. Stasera ho pensato che quel black-out improvviso fosse un segno del fatto che la dovessi accendere. Magari non era solo che nel blocco accanto c'era stato un prosaico guasto, magari c'avevi voglia di stare a cena con noi, la sera del tuo compleanno. E allora, a lume di candela, abbiamo mangiato il gelato e i tuoi fratelli hanno cantato a squarciagola canzoncine di tutti i tipi, guardando la fiamma e giocando a fare le ombre cinesi sul muro.
Adesso loro sono a letto, la luce è tornata, la candela è al sicuro e io mi sono messa a scriverti, cullata dal consueto rumore della lavastoviglie.
Come ogni anno, fra due giorni è il mio compleanno, che, come al solito, segnerà in qualche modo il momento in cui decido di rinfilare la tristezza in fondo la cuore, di rimboccarmi le maniche e andare avanti. E, diodiddio, se i risultati dei check-up vanno bene, ricordami l'anno prossimo di fissarli d'ottobre.

Stai bene, lassù nella luce.
Mamma

Wednesday, 31 August 2016


Non so da dove cominciare. Sono giorni che ho sulla punta della lingua di dire la mia, ma poi mi trattengo. Anche questo post l'ho iniziato almeno tre volte e poi cancellato. "Fatti i cazzi tuoi", mi dico, che il web è pieno di opinionisti dell'ultim'ora e davvero non si sente il bisogno che tu ti unisca al coro.
E infatti anche questa volta ho cancellato il post.
I commenti sul terremoto in centro Italia, tutta la manfrina del burquini, l'ondata di odio razziale e, fresca come l'ova, l'offensività del Fertility Day mi hanno tolto la parola, la voglia di fare polemica, di scambiare opinioni, di elaborare concetti e quasi quasi anche di andare in vacanza in toscana.
Sono allibita e triste.
Il mondo intorno a me impazzisce e io sto a guardare, impotente.
Domani mi metto a scrivere il post sulle vacanze in Colorado e sulla prima settimana di scuola della mi figliola, che mi pare meglio.


Monday, 22 August 2016

Primo giorno di scuola


Non mi ricordo che giorno fosse, ma un primo giorno di scuola delle elementari, forse la quarta. Il giorno prima, per festeggiare la fine delle vacanze,  andai a uno spettacoletto con l'amica del cuore di allora e c'era una canzoncina che faceva

"Primo giorno di scuola
eccoci ancora tutti qua
sopra i banchi a soffrire
come invidio la mamma ed il papà
Ma oggi mi ribello
ed un inno all'estate farò
evviva il mare, evviva i monti
abbasso la scuola perchè
solo in vacanza noi siam contenti
ragazzi cantate con meeeee"

Alta poesia, come si può notare, ma, oh, m'è rimasta appiccicata in testa qualcosa come 35 anni.
35 anni dopo, oggi, ero io la mamma presunto oggetto di invidia e mi sono ritrovata invece in fila con un monte di nanetti di cinque anni e fin troppi genitori in esubero, a invidiarli tutti quanti, così all'inizio del loro percorso del sapere.
La scuola americana per noi è un grande punto interrogativo e, suppongo, sarà oggetto di molti post negli anni a venire. Per adesso posso solo parlare delle impressioni del primo giorno di scuola, non mie, ma della mia cinquenne, che ha detto che è stato tutto bellissimo, che avevano delle collane con i nomi per imparare a conoscersi, che andare al bagno è OK perché sono bassi e basta sedersi e sono infondo al corridoio, che mangiare alla mensa è facile e c'era il latte al cioccolato, che lo snack con il pecorino di Alimena era squisito e se per favore poteva leggere da sola a letto dei libri nuovi. Ah, anche prendere il bus per andare al doposcuola era stato facile, che si era messa la cintura da sola e che al doposcuola sapeva già come fare tutto (è una scuola Montessoriana, a cui è ovviamente assai abituata). Quella che ha durato fatica più di tutti, mi sa, sono stata io, oggi, che quella sveglia alle 6.30 da qui a maggio mi ridurrà in poltiglia, temo.


Sunday, 21 August 2016

Vacanze estive finite


Ne è passata varia di acqua sotto i ponti in questi mesi estivi.
Prima le tre settimane in solitudine nel caldo houstoniano, annaffiate di film, mostre, musei, pranzi in solitaria e cene in silenzio. Un paio di feste e un paio di uscite a suggellare la ritrovata indipendenza, ma per la maggior parte del tempo me ne sono stata da sola a godermi la pace e assaporare quel ritmo di vita in cui hai una testa che pensa a organizzare la vita di una persona e non quella di 3 e mezzo.
Poi son tornati tutti, è tornato il delirio, la casa sotto sopra, i lego nelle mutande, le briciole sul pavimento e i salti sul divano. Per un giorno e mezzo.
Poi siamo partiti per un epico road trip in Colorado dopo abbiamo macinato chilometri in macchina e a piedi, ci siamo arrampicati su sentieri polverosi, riempiti gli occhi di paesaggi mozzafiato e respirato aria di montagna.
Infine la B ha compiuto 5 anni con annessi festeggiamenti vari, imprevisti e fantozzate.
Stasera, però, tutto questo sembra lontano anni luce.
Stasera tutto quello a cui riesco a pensare è una sveglia puntata alle 6.30, uno zaino troppo grande con dentro una cartellina, un cambio di vestiti e uno snack bag e l'immagine di una bambina che oggi ha pedalato la sua bicicletta fino al museo di scienza, ci ha spiegato che il falco pellegrino è l'unico animale che batte in velocità il ghepardo e che domattina entrerà in classe al suono della prima campanella della sua vita.
Buon primo giorno di scuola.
Sarà un cammino così diverso da quello che ho fatto io, che non vedo l'ora di percorrerlo insieme a te.

Wednesday, 6 July 2016

Vacanze estive

Mi sono finalmente ripresa dallo shock del Brexit e dalla maratona di Game of Thrones e mi sono rinvenuta che è luglio e fra due giorni tutta la famiglia parte per l'Europa, lasciandomi qui, sola per 3 settimane (3 SETTIMANE), al caldo e a lavorare, ma libera come un fringuello di decidere all'ultimo momento se andare al Museum of Fine Art, o se andare a vedermi un film, o se - altamente probabile - svaccarmi sul letto con birra e pollo fritto a drogarmi di puntate di uno show a caso fino a tarda notte.
È il secondo anno di fila che questo evento si ripete.
L'eroico marito prende prole e valigie e porta tutti da zii e nonni, alla ricerca dei sapori e odori dell'estate italiana.
L'anno scorso dei 18 giorni da single, posso vantare:
0 pasti cucinati
0 lavastoviglie mandate
2 lavatrici - solo nel weekend -
208 episodi di "How I Met Your Mother" sparati per endovena
1 viaggio a Boston improvvisato e compiuto e
8 cene fuori + vari drink dopo lavoro inanellati.

Lo so che, come del resto l'anno scorso, molte madri inorridiranno per quello che sto per dire, ma io l'anno scorso in quei 18 giorni sono stata alla grande. Mi sono mancati? Mentirei se dicessi di si: mi sono riposata, mi sono divertita, mi sono abbrutita, mi sono riappropriata del mio tempo, in breve, mi sono fatta quintali di cazzi miei senza rotture di palle, notti interrotte, bocche da nutrire e piscia da lavare. Sono stata contenta di rivederli dopo 18 giorni? si molto. Loro sono stati bene? sembra di si. Win-win situation.
Quest'anno mi sono proposta di porre un limite all'abbrutimento selvaggio e di fare almeno un po' di sport, che la scusa che sono una madre lavoratrice impegnatissima viene un po' a mancare. Dato che le uniche incombenze che mi sono state lasciate sono 1) far dare una controllata alla macchina, 2) organizzare la festa di compleanno della Bianca, il programma promette benone.
Fate buon viaggio amori miei, divertitevi tanto, mamma sta qui, vi aspetta e si ricarica per l'anno a venire che sarà carico di nuove sfide.