Sunday, 18 September 2016

E siamo al sesto 18 settembre

Caro Jacopo,

oramai ci sentiamo una volta l'anno, su questo blog che era nato proprio per te.
Anche quest'anno la giornata è passata sottotono, almeno per me.
Sono giorni sempre complicati, pieni di tristezza, pensieri per quello che poteva essere, paura per quello che sarà.
Oggi non abbiamo fatto niente, solo un pranzo tardivo al diner preferito del tu babbo. Ho chiesto alla B se vogliono un altro fratello e lei mi ha detto che ce l'hanno già nelle stelle - l'altra volta che glielo avevo chiesto mi aveva detto di no, che sennò tutti la picchiano, stiamo in qualche modo migliorando-.
Allora le ho detto che era il tuo compleanno, ma mi pare che la cosa l'abbia lasciata solo confusa e quindi ho lasciato perdere. Suppongo che per lei *compleanno* significhi *festa*.
Per me *compleanno* significa *memoria*. L'unico giorno l'anno in cui mi concedo di sedermi e scriverti una lettera di getto, come si fa a un amico lontano, che non si vede mai, ma con cui ci sentiamo sempre vicini vicini. Scrivo con gli occhi lucidi e la testa che vaga. È per questo che questa lettera ti sembrerà sconclusionata.
Insomma, dicevo, sono giorni un po' così, sempre saturi di riflessioni. L'anno scorso mi chiedevo chi fossi, quest'anno mi sono prese mille paure, più o meno razionali, sul futuro. Ho avuto anche la malaugurata idea di prendere tutti gli appuntamenti di vari check-up annuali in questi giorni, così sto anche qua con l'ansia dei vari risultati e la testa piena dei pensieri lugubri che ben conosci.
C'è però una aneddoto bellino, se non altro, su questa giornata.
Mentre eravamo a cena è andata via al luce su tutto il blocco di appartamenti. Un buio pesto a cui nessuno è abituato. Prima abbiamo usato i telefoni e il computer per raccapezzarsi e poi mi sono ricordata che avevo una candela, la tua candela, che mi era stata regalata dopo poco la tua nascita per la giornata del "Pregnacy and Infant Loss Awareness". Me la ero portata dietro in capo al mondo, intatta. Stasera ho pensato che quel black-out improvviso fosse un segno del fatto che la dovessi accendere. Magari non era solo che nel blocco accanto c'era stato un prosaico guasto, magari c'avevi voglia di stare a cena con noi, la sera del tuo compleanno. E allora, a lume di candela, abbiamo mangiato il gelato e i tuoi fratelli hanno cantato a squarciagola canzoncine di tutti i tipi, guardando la fiamma e giocando a fare le ombre cinesi sul muro.
Adesso loro sono a letto, la luce è tornata, la candela è al sicuro e io mi sono messa a scriverti, cullata dal consueto rumore della lavastoviglie.
Come ogni anno, fra due giorni è il mio compleanno, che, come al solito, segnerà in qualche modo il momento in cui decido di rinfilare la tristezza in fondo la cuore, di rimboccarmi le maniche e andare avanti. E, diodiddio, se i risultati dei check-up vanno bene, ricordami l'anno prossimo di fissarli d'ottobre.

Stai bene, lassù nella luce.
Mamma

Wednesday, 31 August 2016


Non so da dove cominciare. Sono giorni che ho sulla punta della lingua di dire la mia, ma poi mi trattengo. Anche questo post l'ho iniziato almeno tre volte e poi cancellato. "Fatti i cazzi tuoi", mi dico, che il web è pieno di opinionisti dell'ultim'ora e davvero non si sente il bisogno che tu ti unisca al coro.
E infatti anche questa volta ho cancellato il post.
I commenti sul terremoto in centro Italia, tutta la manfrina del burquini, l'ondata di odio razziale e, fresca come l'ova, l'offensività del Fertility Day mi hanno tolto la parola, la voglia di fare polemica, di scambiare opinioni, di elaborare concetti e quasi quasi anche di andare in vacanza in toscana.
Sono allibita e triste.
Il mondo intorno a me impazzisce e io sto a guardare, impotente.
Domani mi metto a scrivere il post sulle vacanze in Colorado e sulla prima settimana di scuola della mi figliola, che mi pare meglio.


Monday, 22 August 2016

Primo giorno di scuola


Non mi ricordo che giorno fosse, ma un primo giorno di scuola delle elementari, forse la quarta. Il giorno prima, per festeggiare la fine delle vacanze,  andai a uno spettacoletto con l'amica del cuore di allora e c'era una canzoncina che faceva

"Primo giorno di scuola
eccoci ancora tutti qua
sopra i banchi a soffrire
come invidio la mamma ed il papà
Ma oggi mi ribello
ed un inno all'estate farò
evviva il mare, evviva i monti
abbasso la scuola perchè
solo in vacanza noi siam contenti
ragazzi cantate con meeeee"

Alta poesia, come si può notare, ma, oh, m'è rimasta appiccicata in testa qualcosa come 35 anni.
35 anni dopo, oggi, ero io la mamma presunto oggetto di invidia e mi sono ritrovata invece in fila con un monte di nanetti di cinque anni e fin troppi genitori in esubero, a invidiarli tutti quanti, così all'inizio del loro percorso del sapere.
La scuola americana per noi è un grande punto interrogativo e, suppongo, sarà oggetto di molti post negli anni a venire. Per adesso posso solo parlare delle impressioni del primo giorno di scuola, non mie, ma della mia cinquenne, che ha detto che è stato tutto bellissimo, che avevano delle collane con i nomi per imparare a conoscersi, che andare al bagno è OK perché sono bassi e basta sedersi e sono infondo al corridoio, che mangiare alla mensa è facile e c'era il latte al cioccolato, che lo snack con il pecorino di Alimena era squisito e se per favore poteva leggere da sola a letto dei libri nuovi. Ah, anche prendere il bus per andare al doposcuola era stato facile, che si era messa la cintura da sola e che al doposcuola sapeva già come fare tutto (è una scuola Montessoriana, a cui è ovviamente assai abituata). Quella che ha durato fatica più di tutti, mi sa, sono stata io, oggi, che quella sveglia alle 6.30 da qui a maggio mi ridurrà in poltiglia, temo.


Sunday, 21 August 2016

Vacanze estive finite


Ne è passata varia di acqua sotto i ponti in questi mesi estivi.
Prima le tre settimane in solitudine nel caldo houstoniano, annaffiate di film, mostre, musei, pranzi in solitaria e cene in silenzio. Un paio di feste e un paio di uscite a suggellare la ritrovata indipendenza, ma per la maggior parte del tempo me ne sono stata da sola a godermi la pace e assaporare quel ritmo di vita in cui hai una testa che pensa a organizzare la vita di una persona e non quella di 3 e mezzo.
Poi son tornati tutti, è tornato il delirio, la casa sotto sopra, i lego nelle mutande, le briciole sul pavimento e i salti sul divano. Per un giorno e mezzo.
Poi siamo partiti per un epico road trip in Colorado dopo abbiamo macinato chilometri in macchina e a piedi, ci siamo arrampicati su sentieri polverosi, riempiti gli occhi di paesaggi mozzafiato e respirato aria di montagna.
Infine la B ha compiuto 5 anni con annessi festeggiamenti vari, imprevisti e fantozzate.
Stasera, però, tutto questo sembra lontano anni luce.
Stasera tutto quello a cui riesco a pensare è una sveglia puntata alle 6.30, uno zaino troppo grande con dentro una cartellina, un cambio di vestiti e uno snack bag e l'immagine di una bambina che oggi ha pedalato la sua bicicletta fino al museo di scienza, ci ha spiegato che il falco pellegrino è l'unico animale che batte in velocità il ghepardo e che domattina entrerà in classe al suono della prima campanella della sua vita.
Buon primo giorno di scuola.
Sarà un cammino così diverso da quello che ho fatto io, che non vedo l'ora di percorrerlo insieme a te.

Wednesday, 6 July 2016

Vacanze estive

Mi sono finalmente ripresa dallo shock del Brexit e dalla maratona di Game of Thrones e mi sono rinvenuta che è luglio e fra due giorni tutta la famiglia parte per l'Europa, lasciandomi qui, sola per 3 settimane (3 SETTIMANE), al caldo e a lavorare, ma libera come un fringuello di decidere all'ultimo momento se andare al Museum of Fine Art, o se andare a vedermi un film, o se - altamente probabile - svaccarmi sul letto con birra e pollo fritto a drogarmi di puntate di uno show a caso fino a tarda notte.
È il secondo anno di fila che questo evento si ripete.
L'eroico marito prende prole e valigie e porta tutti da zii e nonni, alla ricerca dei sapori e odori dell'estate italiana.
L'anno scorso dei 18 giorni da single, posso vantare:
0 pasti cucinati
0 lavastoviglie mandate
2 lavatrici - solo nel weekend -
208 episodi di "How I Met Your Mother" sparati per endovena
1 viaggio a Boston improvvisato e compiuto e
8 cene fuori + vari drink dopo lavoro inanellati.

Lo so che, come del resto l'anno scorso, molte madri inorridiranno per quello che sto per dire, ma io l'anno scorso in quei 18 giorni sono stata alla grande. Mi sono mancati? Mentirei se dicessi di si: mi sono riposata, mi sono divertita, mi sono abbrutita, mi sono riappropriata del mio tempo, in breve, mi sono fatta quintali di cazzi miei senza rotture di palle, notti interrotte, bocche da nutrire e piscia da lavare. Sono stata contenta di rivederli dopo 18 giorni? si molto. Loro sono stati bene? sembra di si. Win-win situation.
Quest'anno mi sono proposta di porre un limite all'abbrutimento selvaggio e di fare almeno un po' di sport, che la scusa che sono una madre lavoratrice impegnatissima viene un po' a mancare. Dato che le uniche incombenze che mi sono state lasciate sono 1) far dare una controllata alla macchina, 2) organizzare la festa di compleanno della Bianca, il programma promette benone.
Fate buon viaggio amori miei, divertitevi tanto, mamma sta qui, vi aspetta e si ricarica per l'anno a venire che sarà carico di nuove sfide.

Wednesday, 29 June 2016

London Bridge is falling down


Ho lasciato sedimentare i sentimenti per qualche giorno. A caldo sarebbe stato un post pieno di rabbia e delusione. Delusione di che? Che ti frega a te? Hai un passaporto europeo, almeno per ora, e sei residente permanete in America. A te non si è chiusa nessuna porta. Vero. Ma si chiuderà potenzialmente a molti altri che non potranno vivere quello che io ho vissuto.
Ho chiamato Londra casa per quasi 8 anni. Sono arrivata nel 2006 che quasi non parlavo inglese, che avevo viaggiato, si, molto più della media, ma mai per lavoro. Soprattutto non avevo mai tagliato il cordone ombelicale con Firenze. Invece quella persona che scendeva dal bus a Hackney, 10 anni fa, era una persona che imboccava una strada senza ritorno, solo che ancora non lo sapeva.
Londra era grande, Londra era viva, Londra era multiculturale, aperta, tollerante, innovativa. Londra era il futuro e io mi sentivo, nel 2006 quando ci sono sbarcata così come nel 2014 quando l'ho salutata, fortunata a respirare l'aria dell'ombelico del mondo.
Forte di quella sensazione, non avevo dubbi che mai UK avrebbe votato per lasciare EU.
UK è all'avanguardia, mi dicevo. Certo, Londra non è come il resto di UK, ma quanti inglesi delle periferie ho conosciuto, che, sì, rompevano i coglioni con il proper accent e il tea fatto a modo, ma che erano comunque un passo avanti rispetto a noi, poveri caproni italiani, governati da Berlusconi e pronti a ascoltare qualunque fesseria politica portasse lo stendardo del "ti tolgo le tasse, ti porto fuori il cane e ti trombo la nonna", per citare il Benigni dei tempi d'oro.
Giovedì scorso ho parlato con un po' di amici inglesi, tutti eravamo in vena di battute "ti vogliono vuotare fuori dal paese lo sai?" "ma sono già fuori" "si ma vogliono essere sicuri che tu non possa tornare". Emoticon a linguacce e cuoricini, non sarebbe mai successo.
E poi è successo.
Messaggi increduli fino a tarda notte, non è possibile, ma siamo matti. Sgomento da parte nostra e da parte loro. Cosa succede ora a tutti i nostri colleghi europei? E i fondi di ricerca che abbiamo vinto? Che ne sarà della casa che ho appena comprato? Il mutuo aumenterà? Panico. Calmi tutti, non succederà nulla per un po', Cameron si dimette, tutto è in stand-by fino a ottobre almeno.
La rabbia del giorno dopo, quando sono iniziate a uscire le proiezioni dei voti, si è riversata tutta verso le campagne e gli anziani. Non dovrebbero votare, se non hanno idea di cosa stanno facendo. Fate un reality check e assicuratevi che almeno sappiano di cosa il referendum parla, prima di dare loro accesso alle urne. I miei interventi sui social erano tutti su questa linea, specie dopo che sono usciti dati secondo cui la ricerca maggiore dopo il voto sia stata "cosa e' EU?" e "cosa comporta uscire da EU?".
Poi i fatti hanno iniziato a delinearsi. Il referendum è stato indotto per un catfight all'interno dei Tories, la campagna pro-leave è stata guidata da chi ne avrebbe ricevuto vantaggi politici e basata principalmente su dati gonfiati e bugie. "Diamo i 350 milioni di pound la settimana all'NHS, non all'EU", è forse l'esempio più calzante di populismo e demagogia, quasi al pari del milione di posti di lavoro del Berlusconi 2004. Eppure ha fatto presa, eppure i leave hanno vinto. Ed ora è inutile arrabbiarsi con chi ha votato leave, perché, mi duole ammettere, la democrazia è democrazia, ma si può essere sconcertati da quanto i politici inglesi siano caduti in basso, per aver guidato una campagna elettorale che fomenta odio verso il diverso e divisione, che sul lungo termine nuocerà al proprio paese, senza un vero e proprio piano di azione in caso di vittoria, ma solo per il proprio personale tornaconto.
Nei giorni successivi, ho letto decine di articoli, commenti, battute. Ho guardato video di protesta contro il risultato, di protesta contro la protesta. Ho riso - amaramente - a battute su twitter e facebook e reddit, specie riguardanti la concomitante uscita dell'Inghilterra dal campionato europeo di calcio. Ho guardato gli interventi dei leader mondiali al parlamento europeo: l'intervento di Farage (UKIP) è francamente imbarazzante. Let's act as grown ups and secure a trade deal which is advantageous for eveybody. Essere parte del libero mercato, non pagare tasse, e chiudere le frontiere. La versione ultimate della botte piena e moglie ubriaca.
Stamani mi sono svegliata alle 6 e mi sono ritrovata a leggere di nuovo roba sul brexit. Ho bisogno di una pausa da tutto questo. Non so cosa succederà, per davvero. Non so se alla fine il governo inglese farà un passo indietro e non invocherà il trattato di Lisbona e tutto finirà a tarallucci e vino. Forse andrà così e i mercati reagiranno bene, e i mutui non aumenteranno e i miei amici potranno ancora usare i fondi europei per creare innovazione. E fra 10 anni, un'altra italiana potrà scendere dal bus, a Brixton e iniziare una carriera che non si sarebbe mai potuta sognare altrimenti.
Ma resterà l'amaro in bocca per quella metà del paese che si è scoperto razzista e chiuso di mente, nazionalista, bigotto e credulone, che ha invocato i vecchi splendori di un tempo che fu, mostrandosi cieco al realtà dei fatti e cioè che l'Inghilterra è di chi ci vive e contribuisce al benessere della nazione, anche se non è "british enough" perché vive lì solo da 40 anni - o da 2 per quello che conta.

Monday, 9 May 2016

Mother day the day after

Ieri era la festa della mamma.

Il mio rapporto con questa festa e' stato sempre altalenante. Mai particolarmente sentito quando ero una figlia - forse per effettiva mancanza della titolare. Brutalmente negatomi quando ero una delle tante mamme silenziose camminanti sulla terra, con un secondo bambino in pancia e un buco nero nel cuore. Poco apprezzata in generale, come una delle tante feste commerciali che ci sono al mondo.
Ieri mattina, l'inondazione sui social network di auguri e cuoricini, mi ha dato sui nervi. Addirittura Facebook mi ha fatto gli auguri. Sono stata molto tentata di scrivere un post polemico, sulla scia di una puntata di "Last Week Tonight", su quanto sarebbe piu' proficuo, invece di celebrare le madri per Mother Day con ondate di cuori, cartoline, auguri, cioccolatini - le madri sono di solito a dieta - e varie e eventuali, dare alle madri la maternita'. Parlo degli USA ovviamente, dove la maternita' e' considerata indisposizione e come tale gestita.
Un po' di polemica mi sia concessa: lo stato del Texas garantisce alla madre 12 settimane di ferie non pagate per accudire il pargolo. Molte donne rientrano allo scadere della sesta settimana, utilizzando ferie, giorni di malattia e tutto quello che possono. Quelle che prendono due mesi sentono il dovere di giustificarsi. Follia allo stato puro. Questa politica mi fermera' nell'avere un altro bambino (ho il sospetto sia una costruzione sbagliata, ma non mi viene sul momento meglio di cosi', perche' lo dico sempre in inglese, per polemizzare con chicchessia a lavoro 'it will stop me for having another child'). Fine polemica.
Insomma volevo scrivere un post polemico su questo tono, ma molto piu' lungo e pedante, poi pero' s'e' fatto tardi e siamo andati al compleanno di una cara amica che prevedeva tuffo in piscina e grande magnata.
Ed e' stato allora che, mentre tutti i bambini sguazzavano e si divertivano, io tenevo stretto Fabio che con il gesso non poteva fare il bagno. E allora Fabio mi ha chiesto di togliergli le scarpe. "Vorra' saltare nella pozzanghera" ho pensato io, sciocca, e gliele ho tolte. Ed e' stato allora che, mentre appoggiavo le scarpe per terra, mi sono un microsecondo distratta a mettere dentro le scarpe i calzini e, quando ho alzato la testa, lui, la merda, si era belle tuffato in piscina, con vestiti gesso e tutto, senza ovviamente i braccioli, con il ghigno di chi te l'ha fatta, cogliona, che pensi che io sia peppa pig e invece sono un teppista. La maiala di tu madre proprio (mummy pig) - che poi sarei io.
E insomma per la festa della mamma, e tutti gli altri giorni, invece di fare polemica, io dovrei guardare un po' meglio i miei figlioli, mannaggia a loro, che poi scappano e chi li riacchiappa.
E allora ho asciugato il gesso con il phon, brontolato il furfante a dovere, ma se ci ripenso, alla scena, ancora mi scappa da ridere. E poi ho fatto i muffins che venerdi' mi ero persa la festa della mamma (mom&muffins) a scuola e l'ho recuperata stamattina. E ho esposto i regalini in ufficio. E ho appena bevuto il te della foto.
Perche' la festa della mamma e' una commercialata come tante e non mi stara' mai particolarmente simpatica, ma e' anche un'occasione per rimettere a fuoco che li adori, quelli, molto di piu' di quanto ti fanno incazzare. E allora gliel'ho comprato in pausa pranzo quel gioco che mi chiedevano da una vita, perche' quel tea era davvero buono, quella faccia davvero dispiaciuta per quel gesso era davvero bagnato, e quei due davvero speciali.

Monday, 25 April 2016

Due

Happy Birthday my lovely boy

Calzoni corti, un monte di chiacchiere, occhiali da sole e un pallone.
Sei tutto lì, nel pieno dei tuoi splendidi due anni.
Se poi ti danno anche un dinosauro e un cavallo di plastica, allora si, che la quadratura del cerchio è ultimata.
Ieri compivi due anni ed era anche la tua festa di compleanno. La prima con tutti i tuoi amici, perché la festa fosse tua e non un'occasione per noi grandi per stare insieme.
E, nonostante la pioggia a catinelle, nonostante la riorganizzazione estemporanea in casa, nonostante si fosse in tanti in uno spazio non grande abbastanza, te ti sei divertito come un matto. Hai saltato nelle pozzanghere e la scherzato con la pioggia, hai fatto le bolle, hai giocato con la palla e il tuo canestro nuovo, hai mangiato pizza e bevuto succhini e hai riso tanto in barba al tempo bislacco.
E ancora dormi il sonno dei giusti, accanto alla tua sorellona che non si è data da fare di meno.
Fabio, che ti devo dire, non mi vengono parole che non siano melense, perché, come ti ho già detto l'anno scorso, sei il mio bambino piccolo e il mio amore grande, anche se si iniziano a intravedere tutti i segni di infinita merdaiolaggine, bricconeria, testa di acciaio inox e paraculaggine. Ma mi sai prendere per il verso giusto, quindi avrai vita in discesa.
Buon inizio di terzo anno di vita. Vai avanti ridendo e la vita ti continuerà a ridere indietro.

Tuesday, 19 April 2016

Weather alert!


Perche' se era una domenica qualunque sarei stata tutto il giorno di malumore e avrei litigato con John, trattato male i bambini e fatta il sangue amaro fino all'ora della nanna.
Perche' per me, il vero lato negativo di lavorare a tempo pieno e' che sento che il tempo mio, quello del mio svago e divertimento, quello che passo con la mia famiglia e/o a fare cose che mi piacciono, mi scivola di mano.
Il tempo in generale mi scivola di mano e la paura piu' grande e' di svegliarsi un giorno che la vita e' passata e io non ho fatto una minchia di tutta la mia check-list di cose da fare prima di morire.
Lavorare mi piace. Ma viaggiare, per esempio, mi piace di piu'. E anche andare in bici con il vento fresco in faccia, fermarmi a bere qualcosa di fresco all'ombra e ripartire.
E quindi se ieri era domenica o sabato sarei divertata matta e insopportabile e avrei fatto incazzare tutti quanti.
Invece ieri era lunedi', un giorno classificato nella mia testa bacata come lavorativo. Ma a lavorare non e' andato nessuno perche' Houston era mezza allagata. Abbiamo ricevuto mail prima delle 7am che le scuole erano chiuse, poi che la Rice Uni era chiusa e infine che i lab di MDACC erano chiusi per emergenza a livello 3 (massimo e' 4). In realta', il bayou era straripato e quindi era praticamente non possibile, per non parlare di sicuro, attraversarlo.
E quindi ieri siamo rimasti bloccati in casa con fuori un temporale di quelli tuoni, fulmini e saette con niente di meglio da fare che... non fare un cazzo.
Allora ieri io ho fatto i biscotti con la Bianca, ho passato l'aspirapolvere - anche la nostra signora delle pulizie era rimasta bloccata a casa -, ho fatto un paio di lavatrici d'uopo, ho guardato dalla finestra i bambini giocare in costume nelle pozzanghere, ho fatto due passi, una volta smesso di piovere, fino al bayou per vedere in che stato era (alto parecchio) ed ho osservato Fabio lanciarsi di testa in una pozza grossa come una piscina (che schifo). Poi verso le 4.30, tutti docciati, abbiamo fatto la pizza e guardato tutti insieme un cartone alla TV grande. Alle 9, quando ho messo a letto i bambini, ben felici di ave bigiato scuola e aver avuto modo di cazzeggiare con noi tutto il giorno senza scopo, mi sono sentita bene. Senza aver fatto assolutamente nulla. Perche' ho vissuto ieri come un giorno guadagnato gratis, non vacanze, non finesettimana, niente di tutto questo. Ieri non dovevo non sprecare prezioso tempo libero. Ieri era in piu'. Era un regalo. Era un giorno di pioggia in cui si deve per forza stare in casa senza fare nulla e alla sera, ci si ritrova, con stupore, a essere stati proprio bene.

Thursday, 31 March 2016

Houston. Per me. Oggi.


La mia amica Vale se ne va. Ancora non sa dove, ma se ne torna dall'altra parte del pond, forse nella sua amata Varvavia, forse altrove, ma la cosa importante e' che lascera' l'odiata Houston. Oggi ha scritto un bel post in cui rianalizza la sua permaneza qua e ammette di essere riuscita a trovare ben 10 lati positivi, ognuno dei quali appoggio in maniera incondizionata.
Tempo fa mi ha intervistata per Amiche di Fuso e abbiamo insieme messo a fuoco come ogni luogo di espatrio (come la gente nell'Oil&Gas adora chiamare questi periodi all'estero) non sia bello o brutto per se, ma dipenda molto dal momento della vita in cui ci si capita.
Questo mi ha fatto pensare che io, infondo, non ho mai scritto granche' della mia esperienza da expat, forse perche' "expat" non sono, ma sono emigrata.
Sei espatriata se pensi di rimpatriare. Altrimenti sei semplicemente andata via. A me nessuna compagnia mi sposta da un punto all'altro del globo pagandomi traslochi, affitti e scuole esclusive internazionali dei figli. Noi ci spostiamo per lavoro e il resto e' tutto un grande punto interrogativo.
Ma torniamo alle mie esperienze fuori Italia.
Tralasciando le prime due (Parigi e Dresda), una meta di Erasmus e quindi non qualificabile e la seconda troppo breve, arriviamo a Londra.
Londra e' una bellissima citta', non e' certo una novita' questa, ma per i primi anni io volevo solo stare a casa mia (Firenze) e quindi l'ho vissuta con amore/odio, vista come un posto transitorio, fino a quando non ho abbandonato l'idea di tornare a casa. In quel momento, ho iniziato a guardarla con occhi diversi, analizzandone in maniera oggettiva i pro e i contro (sia lavorativi che personali) che, sempre e comunque corroborati da una discreta dose di istinto, mi hanno portato a dire, dopo 7 anni: leviamoci dai coglioni. Questo posto non fa per me. Io voglio il sole, voglio andare a lavoro in bici in 10 minuti e voglio parlare con della gente che dica pane al pane e vino al vino.
L'America, da brava militante degli studenti di sinistra, mi e' sempre stata sulle palle. Houston, in particolare, mi faceva paura e mi incuriosiva allo stesso tempo. Pensavo di atterrare in una terra di cowboy e conservatorismo, sessismo, razzismo, classismo e tutte quelle cose li che si sentono dire del Texas quando in Texas non ci si e' mai messo piede. E sono vere, per carita', fuori dalle grandi citta', e anche dentro in certi ambienti, ma che io dopo due anni, ancora non ho toccato con mano. Cosi' come so che la gente gira con la pistola in macchina, probabilmente, ma io non ne ho vista nemmeno una.
Quando, il giorno dopo essere atterrata, ancora stordita dal fuso, incinta e stanca, sono andata al campus della Rice a fare due passi, ecco, quella sensazione dimenticata di sole che scalda la pelle, quel tepore e quel profumo di primavera, tutta quella gente che correva in maglietta, che andava in bicicletta o sullo skate, quello e' stato il mio imprinting americano.
E' stata la mia epifania, in cui ha messo a fuoco che ero proprio stanca e avevo bisogno di vivere al caldo, in un posto facile e senza dover correre come una trottola. Tutto il resto era secondario. E se non potevo andare a piedi in centro, potevo andare in bici dappertutto, con il sole.
E' stato anche il momento in cui ho capito che tutti i preconcetti che avevo, bigotteria, sessissimo, classismo, orrore all'idea della scuola e sanita' privata, cibo corrotto, consumismo sfrenato, tutte quelle idee li, che mi portavo dietro con il mio senso si superiorita' da figlia del vecchio mondo, ecco ero il caso che iniziassi a analizzarli in maniera critica.
La prima grande lezione mi e' arrivata al momento del parto, quando mi hanno detto che l'ospedale metodista dove Fabio e' nato non prendeva in considerazione niente di diverso da cosleeping e allattamento al seno - a meno che la madre non ne facesse esplicita richiesta. O non era la patria retrograda del conservatorismo?
La seconda e' stata quando ho segnato Fabio all'asilo e nessuno ha fatto una piega quando ho menzionato i pannolini lavabili e il BLW - o non era la patria del consumismo e basta?
La terza quando ho scoperto che la stragrande maggioranza dei colleghi e amici americani mandava o avrebbe mandato i figli alla scuola pubblica - o non era la patria dell'istruzione privata come alternativa all'analfabetismo?
Poi son venuti grandi dibattiti in laboratorio su sanita' e politica, che mi hanno sicuramento aiutato a vedere le cose sotto una luce diversa, molto diversa.
E anche se mantengo immutate alcune opinioni di stampo europeo che mi hanno fatto guadagnare il titolo di 'comunist' (IRONICAMENTE, ironicamente. Ironicamente e con affetto, non iniziate a impazzire con commenti da guerra fredda), guardo questa terra e le sue infinite contraddizioni con occhio piu' consapevole e attento.
E arriviamo a oggi, qui, in questa "caverna" che e' il mio laboratorio (non perche' tutti i laboratori del paese siano sottoterra, ma perche' nel mio ci si lavora con le radiazioni e quindi assomiglia a un bunker), unico momento in cui scrivo sul blog con un po' di calma mentre faccio anche altro (di solito HPLC).
Oggi, passato il secondo anniversario da quella passeggiata alla Rice, posso tranquillamente ammettere che mi viene l'orticaria quando sento dire "questi americani fanno questo" o "qui in America si fa cosi'" o "mai in America vedrai questa cosa" perche' significa che davvero con "questi americani" del 2016 a stento ci si e' parlato. Perche' se ci si fosse parlato, discusso o anche litigato, ci si renderebbe conto che "America" non significa nulla.