Friday, 3 November 2017

Alla mia zia


Avrei voluto alzarmi in piedi in mezzo a quella stupida messa, mentre il prete sproloquiava sul senso cristiano della vita e della morte, sulla necessità del pentimento e della conversione, e come la vita debba essere, in fondo, solo un tetro e faticoso cammino alla conquista di chissà quale aldilà.
Avrei voluto alzarmi e fare presente che eravamo lì per celebrare la vita di quella donna, non per dipingere i neri contorni di una morte qualsiasi.
E lei di vita ne ha vissuta tanta, ben 88 anni, quasi. Una vita forse non colma di avventure, follie e divertimento, ma strapiena di gentilezza e gesti piccolini, nello scadere lento delle ore e dei giorni, spesso tutti uguali, in una routine che lei trovava rassicurante. Lei stava bene così, con le sue cose e i suoi gatti. Era una tizia di altri tempi, come del resto non mancava di ripetere spesso.
Lei, come qualcuno l'ha definita, era un gigante silenzioso, lei era lì, sempre, nonostante tutto, munita di caramelle e lingue di gatto, per chiunque andasse a casa sua.
Noi eravamo piccole piccole quando abbiamo per la prima volta varcato la soglia della sua casa, per restare. Avevamo perso nostra madre, e, con lei, tutto: la nostra casa, la vecchia scuola, i primi amici. Avevamo perso la serenità. Avevamo per sempre compromesso la nostra infanzia.
Lei ci ha aperto la porta di una realtà nuova, in quella casa non bella, in quella nuova camera accanto alla ferrovia dall'altra parte della città, che allora sembrava un continente diverso.
E da lì siamo ripartite, traballando, un giorno dopo l'altro, alla ricerca di una nuova normalità.
Lei era lì, a casa, che aspettava. Era lì quando tornavo da scuola vomitando, da ballare senza chiavi, dalle vacanze con una valanga di panni da lavare. Era lì quando avevo bisogno di ripetere filosofia, di piangere una rottura con un fidanzato, di gioire per la laurea, di comprare un vestito nuovo. Era lì per tutti gli amici che venivano a casa a studiare, che, alla fine, ha tirato su un po' anche tutti loro.
Era lì, e questo mi è bastato per ritrovare una parvenza di stabilità. Lì sono cresciuta, fra l'amore per lei e l'odio per tutta la situazione, per diventare quella che sono oggi. Molto lontana da quello che era lei, ma che da lei ha imparato che l'amore, quello vero, è libertà. È un bene che si dona gratis, senza aspettarsene in cambio, senza ricatti o compromessi. Si ama, e basta.
Quando era nei suoi cenci, mi diceva sempre che voleva che fossimo libere. Libere di fare le nostre scelte, libere di vivere la nostra vita come meglio credevamo, responsabili, noi sole, per le nostre azioni. Libere economicamente. Libere dal dipendere da un uomo. Forse era una femminista mancata, la zia Teresa. Se glielo avessi detto avrebbe riso, dicendomi "sì, ecco", da dietro a quella coltre di preconcetti e minchiate che gli anni della guerra avevano contribuito a inculcarle. Eppure era avanti anni luce, senza nemmeno saperlo.
Se avrò la fortuna di arrivare alla sua età, spero che i miei figli, davanti alla mia morte, provino la tristezza serena che ho provato io. Allora saprò che avrò compiuto il mio dovere e me ne potrò partire senza pesi sul cuore.


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