Friday, 18 March 2016

Rientri fantozziani parte seconda

Firenze Santo Spirito

Questa vi piacera' molto.

Settembre 2013
Una mattina vado a lavorare e non mi sento molto bene. Nel mentre ricevo una chiamata di mia sorella che la nostra zia vecchierella non si e' sentita molto bene nemmen lei e e' sotto osservazione all'ospedale.
Presa dal panico, e volenterosa di aiutare, decido di andare a Pistoia per il finesettimana lungo, in modo da dare un po' di cambio alla mia sorella in ospedale, che poveraccia ha il figlio di pochi mesi.
La sera mentre aspetto che John torni da Oxford, faccio test di gravidanza che risulta essere positivo (era Fabio).
E cosi', incinta e triste, mi incammino verso Pistoia.
Dopo aver passato un paio di giorni con zia e sorella all'ospedale, sinceratami che non ci fosse nulla di piu' grave del solito, la domenica decido di andare a Firenze a trovare un'amica, tanto la sera della domenica sarei dovuta andare a Pisa a riprendere l'aereo che mi avrebbe riportato a Londra in nottata.
Ora si noti che a settembre a Firenze e' estate e a Londra inverno, quindi io, coscenziosa ed esperta, ho abbigliamento per due stagioni nel mio fido bagaglio a mano, che gia' che ci sono riempio con un po' di roba maternity che avevo prestato alla mia sorella.
La mia amica mi viene a prendere alla stazione con il suo figliolo nuovo. Abbiamo poche ore prima che io debba riprendere il Terravision per Pisa, ma meglio poco che nulla. Lei, grazie al figlio nuovo, ha il permesso di parcheggio ovunque e quindi si molla la macchina, con il mio trolley dentro, e si va a godersela in Santo Spirito, in maniche di camicia, a suon di cioccolata, teino spocchia e chiacchiere.
Quando si fa una certa, ci dirigiamo verso la macchina per riprendere il trolley e andare alla stazione e... surprise surprise... la macchina ce l'hanno portata via.
Perche' la mia amica aveva si il pass per parcheggiare dappertutto, ma evidentemente li' no!
La macchina portata via con dentro il mio trolley, contenente tutta la mia roba inglese, comprensiva di portafoglio, oyster card, maglia, giacchetto e chiavi di casa. Per fortuna con me avevo portafoglio italiano, passaporto e biglietto bus da Gatwick a Londra centro. Per fortuna, perche' senno' sarei stata spacciata. Vabbe' dai, poteva andare peggio, un mal che si rimedia, o no?
Dopo un attimo di panico, in cui abbiamo cercato di capire se valesse la pena di recuperare la macchina prima della mia partenza, abbiamo realizzato che no, non ce l'avremmo fatta e che anzi, se non muovevo il culo, avrei perso anche l'aereo.
Mi devo spicciare, ma se corro ce la faccio e poi potrebbe andare peggio, no?
Si, puo' sempre andare peggio: per esempio puo' venire giu' il temporale!
Corro via verso Santa Maria Novella e arrivo alla fermata del Terravision, completamente fradicia, in maglietta, leggins e scarpe aperte bagnate, e l'omino mi dice con nonchanche che, signora guardi a causa della pioggia i viali sono bloccati, il bus non entra in centro, non c'e' speranza che arrivi a Pisa in tempo.
Firenze quando piove si blocca, si sa, del resto, essendo Firenze nel deserto, alla pioggia poverini sono sono avvezzi, vanno capiti.
Sempre piu' fradicia, corro dentro la stazione e di grazia salto su un treno per Pisa in ritardo che sta chiudendo le porte. Senza biglietto, a questo punto mi pare il minore dei mali.
Il controllore non passa, la sorte e' con me (bisogna sempre giocare a Pollyanna).
A Pisa, sempre piu' infreddolita, salto su un taxi e urlo al tassista di correre all'aereporto, il quale mi scoppia a ridere in faccia e mi dice, testualmente: "Non mi vorrai mica dire che perdi l'aereo eh, cosi' conciata, tutta molle e con codesta borsetta..." "si, sticazzi perdo l'aereo si... andiamo per piacere che per oggi di corse anche basta, che sono anche incita..."
Arrivo all'aereoporto in disperazione. Ho freddo, ma piu' che altro ho il terrore di cosa ne sara' di me una volta a Londra, di notte, con meno di 10 gradi.
Al che realizzo che, no, non tutto e' perduto. Che i negozi all'aereoporto sono ancora aperti e ci sono anche i saldi.
E io ho il portafoglio italiano con il bancomat.
La sorte e' davvero con me.
Acchiappo una camicina fricchettona orrenda e una felpa della marina militare pisana (che ho ancora), mi cambio nel bagno e ricomincio a risorridere alla vita.
Anche 'sta volta me la sono sfangata.
A Londra, con le scarpe aperte che a quel punto si erano asciutte, mi stringo nella mia felpa nuova, cambio 10 euri in pounds, prendo il mio bus per il centro, il mio bus per casa e, a notte fonda, entro nel mio letto calduccio sperando che tutto questo tramestio non abbia nuociuto al bambinuccio appena concepito.
Mentre mi assopisco mi ripeto che, come al solito, io in Italia non ci devo andare, ma che vaffanculo, se tutto va bene, questo sara' un grande aneddotto.

p.s.
Il tramestio non ha nuociuto, anzi Fabio e' un toro. Evidentemente ha capito subito come gira l'universo di  su' ma'. Il trolley me lo ha riportato un caro amico venuto a Londra a festeggiare il suo compleanno qualche tempo dopo. La roba puzzava un po' ma poteva andare peggio. Il compleanno del mio amico e' stato uno dei giorni piu' divertenti di sempre. Questo aneddotto anche. Dopo 3 anni...

Tuesday, 15 March 2016

Rientri fantozziani parte prima

...NOT!

E' un po' che mi ripropongo di scrivere questo post, ma poi mi trattengo sempre, perche' non voglio farmi prendere per quella che si piange addosso, che le sfighe succedono a tutti.
Sacrosanto.
Ma a me succedono ogni volta che vado in Italia. Come se il mio karma italiano fosse cosi' lurido che devo scontarle tutte con anche gli interessi.
Reduce da una sfiga Houstoniana, fresca fresca come l'ova di giornata (stanotte mi hanno tagliato la luce per un errore con il pagamento automatico dell'ultima bolletta, sono sola coi bambini, la macchina e' rimasta bloccata in garage e c'era pure vento contro cui pedalare - meno male non pioveva), mi e' presa ispirazione di levarmi un po' di sassi dalle scarpe, presentarmi in versione frignetta e raccontare qualche sfiga Made in Italy.
Ne ho selezionate quattro, ma, giuro sull'animaccia mia dannata, che ce ne sono varie altre e succose. Siccome non voglio essere succinta, ho deciso che raccontero' una sfiga a post. Evvaffanculo

Natale 2012
Come e' noto siamo sempre randagi quando si rimpatria per Natale, specie da quando, nel lontano agosto del 2011, decisi di affittare permanentemente il mio amato/odiato appartamentino. Allora fu un fatto necessario, dato che avevamo appena comprato casa a Londra ed eravamo rimasti con 60 GBP in tasca.
Per il Natale dell'anno dopo pero' l'inquilino se ne era andato e, dato che noi dovevamo arrivare per l'ultimo dell'anno, quale migliore occasione di trascorrere una settimana nel mio appartamento e, gia' che c'eravamo, inaugurare il rientro in possesso temporaneo con la festa di Capodanno Children Friendly? E siccome il mio appartamento e' dietro la stazione del treno e davanti alla fermata del bus, perche' mai avremmo dovuto prendere una macchina a noleggio?
Arriviamo cosi' trafelati il 31 pomeriggio, dopo volo dalla Sicilia, terravision da Pisa a Firenze e bus dalla stazione a casa, entriamo in casa e... ci hanno staccato la corrente. Eh si, perche' il mio inquilino, liberando l'appartamento, aveva disdetto il contratto e omesso di rimettere il contratto a nome mio. In meno di 24 ore l'Enel aveva ben pensato di lasciare al buio la casa, senza se e senza ma. Ma che magnifica efficienza. Fiduciosa che la stessa efficienza si sarebbe verificata al momento in cui avessi chiesto di riattaccare la corrente a nome mio, chiamo il servizio clienti. Mi risponde una signora che mi dice che per riattaccare la luce ci vogliono almeno 5 giorni lavorativi, che, sa come e' signora, siccome sono le vacanze di Natale anche 10, che costa piu' di 100 euro e che per stasera proprio non c'e' nulla da fare. Ne' per stasera, ne' per il resto della nostra permanenza italiana.
Quindi sono le 6pm dell'ultimo dell'anno e siamo a) stanchi, b) con una bambina di poco piu' di un anno infreddolita, c) con una festa di capodanno da riorganizzare, d) con un tetto da trovare ed e) a piedi.
Le madonne hanno iniziato a fioccare rosee giu' dal cielo con angeli, arcangeli e suoni di flauti sempre piu' fluttuose e abbondanti via via che chiamavamo alberghi tutti pieni e noleggi macchina tutti chiusi. In quel momento ho giurato e spergiurato che mai piu' e mai poi sarei tornata in Italia. Perche' nessuno si merita si rientrare in casa per le vacanze di Natale e avere questo tipo di accoglienza.
Se solo avessi mantenuto quella promessa le prossime tre sfighe non sarebbero potute essere narrate.

p.s.
La festa di capodanno, dopo varie negozziazioni, fu spostata a casa di un'amica e noi ci collocammo a casa di un altro amico, che ci presto anche la sua mitica pandina oramai defunta.
Forse e' perche' ho dei grandi amici che alla fine torno in Italia.
E perche' mi da' sempre dell'ottimo materiale su cui scrivere.

Friday, 11 March 2016

Emigrante - Schema 2


Venire via dall'Italia (oramai non posso nemmeno piu' dire Toscana, perche' sto sviluppando un notevole attaccamento alla Liguria) non e' mai facile. Quest'anno sono stata solo due settimane e mi e' sembrato tanto tempo. Ammetto di essere in difficolta' a rientrare nei ranghi. Mi abbiocco alle 9 di sera, mi sveglio prestissimo e vorrei tanto mangiarmi un schiacciata genovese con un cappuccino di Giorgio. La casa e' un disastro di  valigie semiaperte, panni sporchi sparsi ovunque, panni puliti da mettere via, giocattoli in ogni dove.
Eppure mentre sto scrivendo questo post sulla mancanza/lontananza/sounasegaselasegasegaotaglia, mi sento ridicola. Ho superato la homesickness, questa nebbia nella testa e' qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco. 
Forse e' solo jet-leg.
Oramai non ho da discutere su cosa sia cosa, su cosa sembri casa e tutte quelle cose li da emigrante alle prime armi. Oramai so quale e' il mio posto, qua e la' e in ogni dove. So che gli amici restano, che i nipoti non si scordano degli zii, che i posti del cuore non cambiano poi tanto - nonostante la tranvia-. Pero' so anche, con ragionevole certezza, che l'Italia non e' posto per noi. Non torneremo, per molti anni ancora, forse mai piu' e, terribile ma vero, adesso sembra giusto cosi'.
E allora cosa mi disturba? Ho forse paura che gli amici mi vogliano vedere solo perche' si conviene? Che i posti del cuore siano solo immaginari? O peggio, che i posti del cuore non siano piu' li, come ti piacerebbe credere, ma altrove? Sul South Bank per esempio,  che la B non mi ha perdonato che non si sia passati da Londra. 
Forse sto passando alla fase due, quella dell'emigrante navigato, che si e' stufato da quel di' di cercare l'Italia nei supermencati del resto del mondo, che fa benissimo a meno del bidet, che riesce a concepire una colazione a base di bacon e che comincia a non avere problemi a pensare che i propri figli studieranno la Storia da un punto di vista diverso (anzi, su questo, non vede l'ora).
L'emigrante che si e' reso conto che il paese di origine e' una meta da vacanza e lo vede con gli occhi di uno straniero.
Resta quella bolla di torpore nella testa che non si sa cosa sia.
Forse faccio fatica a accettore quello che ho appena scritto.
Ma forse e' davvero solo il jet-leg.

Wednesday, 10 February 2016

Odore di casa


C'e' solo una cosa migliore del tornare a casa una volta l'anno.
Le due settimane che precedono la data del rimpatrio.
Quando ricordi a chi gia' sapeva che la data si avvicina e lo dici a chi non lo sapeva.
Quando i like sul post di facebook iniziano a fioccare, insieme a commenti e icone di ok.
Quando iniziano a creasi gruppi su facebook, whattsapp, telegram e social remoti con nomi tipo "cena" o " reunion".
Quando iniziano domande del tipo "questo giorno ci sei per cena/aperitivo/caffe'/ pranzo/ passeggiata/chiacchiara?"
Quando il tuo calendario inizia a essere pieno di impegni a due settimane dalla data del volo.
Quando vai al supermercato per comprare peanut butter, sciroppo d'acero e patatine gusto cappuccino.
Quando a gran voce si richiedono le mutande di VS.
Quando una valigia e' piena di vestiti troppo piccoli per F&B e andranno a vestire amichetti italiani, che poi ci manderanno foto per tutto l'anno successivo con proprio quel vestitino con la gallina che ti e' dispiaciuto tanto non fosse taglia 41 anni.
Quando loro iniziano a mettersi d'accordo per scambiarsi seggioli per la macchina e giacchetti da inverno da portarmi all'aereoporto.
Quando dopo 10 anni, e ripeto 10 anni, sembra di tornare a casa dopo un weekend lungo, perche' il tuo posto, fra i tuoi amici, e' diverso, ma si sente sempre chiaro e forte.
Ci si vede il 20 gente.

Wednesday, 27 January 2016

Linearita' o meno della cultura

Come chi segue "Parole in liberta'" sa gia', ho raccattato un collaboratore che mi "aiutera'" a scrivere le review di film e serie TV. L'intento e' ovviamente quello di divertirsi. Il modo dovrebbe essere quello di fargli scrivere su cosa io non guardo, o, per cio' che entrambi abbiamo visto, usare il dibattito e  l'integrazione di elementi che io conosco meno bene, come ad esempio i riferimenti ai fumetti specifici da cui le serie TV sono tratte. Ho letto molto fumetti in vita mia, ma sono un'infante a confronto di certa gente in cui scorre forte la forza nerd, gente a cui il mio collaboratore (e carissimo amico) Francesco fa parte.
Sono stata criticata in passato per questa cosa delle review, perche' mi e' stato detto che non stavo parlando a ragione veduta, che non sapevo nulla del materiale originale e quindi perche' avrei dovuto dire la mia sul materiale televisivo che ad esso si ispirava.
Questo mi ha portato a una riflessione piu' profonda, che medito da un po' di tempo e che si interseca con la mia idea di scuola, adesso che sono costretta a confrontare il metodo scolastico italiano come l'ho vissuto io, con quello americano che mi accingo a conoscere dall'agosto prossimo venturo.
Siamo stati portati a pensare che la cultura sia una cosa lineare: studio la lezione, passo l'interrogazione prima, l'esame poi. Ho un problema da risolvere, lo pondero, mi studio la letteratura in materia, creo un piano di attacco, risolvo il problema. Questo e' in parte la base del metodo scientifico, in effetti: scopro un fenomeno nuovo, lo osservo, lo interpresto, disegno esperimenti ad hoc per provare la mia ipotesi, gli esperimenti funzionano, quindi ho provato la mia ipotesi. Faccio scienza da 20 anni, fosse mai una volta andata cosi'. Scientificamente, la via all'innovazione e' molto piu' tortuosa, procede per piccole scoperte frammentarie, pezzi di un puzzle trovati a volte per caso o per fortuna, che inizialmente possono non avere senso (e spesso non ne hanno) ma a volte, guardati nel loro insieme, dopo tanto tempo e dall'alto, ricostruiscono qualcosa di vicino all'immagine finale ideale.
Questo stesso concetto si applica alla cultura. La cultura non deve per forza essere lineare, non c'e' bisogno di partire a studiare la preistoria per diventare uno storico, si puo' anche studiare il secondo dopoguerra e poi il medioevo e poi magari ci si interessa agli assiro-babilonesi e si legge qualcosa.
Allo stesso modo, non ho bisogno di leggere 900 numeri di Daredevil per avere il diritto o meno di scrivere se la serie TV mi e' piaciuta (la risposta e' si, review a 4 mani con Francesco a seguire, questo sabato) - E comunque i puristi possono anche non leggere -.
Anzi, e questo era il punto focale di questo post, posso prendere spunto dal fatto che la serie TV mi e' piaciuta tanto e leggere i fumetti che mi mancano per ampliare la mia conoscenza del personaggio.
L'idea della cultura lineare, del sapere tutto per poter dare l'esame, e' un male assoluto che mi porto dietro dalla prima elementare. E, badate bene, ha effetti collaterali devastanti, come non fare domanda per un lavoro perche' su 10 requisiti se ne hanno solo 9.
Sto invece imparando quanto sia importante e interessante imparare a riempire gli spazi vuoti, riconoscere i pezzi del puzzle quel quello che sono: pezzi e, invece di frustrarmi perche' non vedo il puzzle, imparare a metterli di lato finche' l'immagine finale non sara' piu' chiara.
Da dove venga lo spunto a riempire quegli spazi o cercare quei pezzi, ha davvero importanza?

p.s. perdonate lo spazio pubblicitario iniziale. Vogliamo, fortemente vogliamo, Francesco e io, traffico di nerd che commentano e si scannano su cose basilari come chi sia piu' forte fra Thor e Iron Man.

Tuesday, 26 January 2016

Quando le notizie te le dicono i social.


Non so se sono solo io, ma almeno io non riesco a stare dietro alle cose che succedono nel mondo. Non sono aggiornata sui fatti quotidiani, non so nulla o quasi di politica, cronaca, economica e neppure di gossip. Mi aggiorno regolarmente solo sul tempo metereologico, che sennò qui non si sa mai come vestirsi. La cosa che mi intristisce ancor di più è che tutte le novità sul mondo me le regalano Facebook e Twitter, parziale complice il fatto che non possiedo la TV.
E così dalla mia amica Facebook ho appreso di cose tipo gli attentati di Parigi, la morte di David Bowie, le ultime di Tramp e il Family day. Su molte di queste cose avrei anche un'opinione forte, ma molto spesso me la tengo, perché una che apprende notizie del genere da Facebook, perde il diritto di parola e forse anche di libero pensiero.
Prendiamo ad esempio la storia del Family Day. Ora, io vivo in un paese dove c'è un day per ogni minchiata: il giorno della terra, quello dei nonni, addirittura il Go Texan Day, dove si mandano i figlioli a scuola vestiti da cowboys, per cui il family day potrebbe anche essere uno dei tanti. Basterebbe limitarsi a chiedere ai bambini dell'asilo di fare un disegno che rappresenta la loro famiglia e appendere i capolavori fatti di figurine-stecchino e scritte storte al muro della classe. Poi cosa sono (o quanti sono) gli stecchini poco importa. Vorrei scrivere fiumi di parole indignate su Maroni, Salvini, la chiesa, la mancanza di diritti, ecc ecc, ma come si fa a dire qualcosa che non sia già stato detto, quando si apprendono le notizie da Facebook? È bene che mi limiti, come nei casi precedenti, a metter like a post altrui, scritti bene, che di sicuro centrano la questione e arricchiscono il prossimo.
Il punto è: come si fa a stare al passo con quello che succede tutti i giorni, leggere tutti i nuovi paper, essere al corrente dei nuovi trend scientifici, avere opinioni informate di parenting, preparare cene variegate e equilibrate e magari anche dedicare un'ora al giorno alla cura del corpo? Io getto la spugna, non ce la faccio. Temo che continuerò a vivere così un po' a caso,  a metà fra il menefreghismo e la vergogna, senza avere un'idea non qualunquista di politica e economia, non informata quanto dovrei di nuovi trend scientifici, a parte quelli che apprendo per osmosi ai meeting, abbastanza consapevole di quello che si dice al giorno d'oggi di pedagogia dell'età evolutiva che però nutre la prole in evoluzione, per la maggior parte, a pasta al burro. In questo panorama desolato, evviva Facebook e Twitter che aiutano a farmi sembrare e sentire un po' meno ignorante.

Thursday, 14 January 2016

Equilibrio metastabile

Questo trasloco ha avuto un contraccolpo inaspettato di malumore, stress, incomprensioni, tendenze omicide e aggressivita' inconsueta. In casa mia, da qualche giorno a questa parte si urla, scalcia, batte i piedi per terra, tira testate del muro, in scene apocalittiche di cui ci si dovrebbe tutti quanti, grandi e piccini, solo vergognare.
Visti da fuori si sembra matti.
Visti da dentro, un po' mi scappa da ridere. Fosse la prima volta che ci si sposta del tetto natio, potrei capire, ma all'ennesima si dovrebbe aver capito che basta avere un po' di pazienza che poi ognuno, come per magia, ritrova i propri spazi e sa dove sono le pentole, l'interruttore del bagno e il peanut butter. Invece al momento e' un delirio di gente che corre in qua e in la' senza sapere bene perche'.
Per combattere tutto questo casino e mantenere un minimo di sanita' mentale, ogni sera, quando i bambini sono lavati e impigiamati, vado a casa vecchia con la scusa di traslocare qualcosa. La verita' e' che vado li, mi prendo il cappuccino, lavucchio, metto due cose nelle scatole, butto via qualche cartaccia, e mi godo un'ora di silenzio. Completo silenzio.
Mi manchera' quell'appartamentino troppo stretto con troppo spazio sprecato nei bagni. Quell'appartamentino pensato non per una famiglia, ma per un single, che a casa non ci cucina, ma evidentemente necessita si una zona notte agiata. Dopo tutte le maledizioni che gli ho mandato, inciampando in una bambola, pestando un lego e facendomi spazio fra le scatole di cereali. potrei addirittura contemplare di tenerlo, sotto falso nome, fino al giorno in cui mettero' Fabio su un pick-up destinazione college.

Tuesday, 12 January 2016

Stabilita' questa grande sconosciuta


Londra - Houston
E con questo fanno 7.
7 case, da quando ho lasciato il tetto familiare, in cui ho vissuto almeno un anno - con un record massimo di 4 e qualcosa e minimo di un po' meno di due.
11 case si se vogliono considerare anche le due a Firenze prima di casa Maggiorelli, la stanza nello studentato a Parigi e il monolocale a Dresda.
5 case con John
3 case con anche la Bianca
2 case con tutta la truppa.
Troppe case.
Emozionalmente oramai e' come cambiare albergo, fisicamente una immensa fatica a aprire e chiudere scatoloni, che pero' oramai faccio con la disinvoltura con cui cuocio la pasta.
Questa volta almeno abbiamo talmente poca roba che davvero e' stato quasi come cambiare motel durante un road trip.
Mi consolo che almeno pare si stia andando nella giusta direzione, sempre meno junk e case sempre piu' grandi. Io e John siamo partiti con uno studio flat di 16m2 nel ridente borghetto di White City (accanto a ospedale e prigione) e, ad oggi, siamo arrivati a una townhome di tre piani con abbondanza di stanze, bagni, garage e amenity americane varie (ma niente letto) nel cuore posh delle Houston medioborghese.
I bambini corrono impazziti da un muro all'altro come se fossero in palestra, si lanciano dalle scale e rotoLano ovunque, mentre io ho da litigare per avere il permesso di comprare un nuova libreria Billy per poter disporre i miei libri in maniera visibile. Perche' lui, il minimalista, in salotto, ci vuole fare capoeria.
Il minimalista sull'uscio

Tuesday, 22 December 2015

Frustrazioni varie



La prima e la piu' grande e' che non ho abbastanza giorni di ferie. Questo si sposa male con il fatto che il lavoro mi piace davvero tanto, il team e' giovane, stimolante e simpatico, il mio capo mi stima e non manca di ricordarmelo spesso e sembra che, nel nostro piccolo, magari faremo davvero un minimo di differenza. Perche' per lo meno se non mi piaceva, mi licenziavo a cuor leggero. Troppo poche ferie. Ora per Natale, nonostante il periodo sia decisamente piu' rilassato in generale, alla fine sto a casa due miseri finesettimana lunghi. Io, che un tempo non mi muovevo per meno di tre settimane di file, guarda a cosa mi sono dovuta ridurre... ai fine settimana lunghi.
La seconda, ma non meno pungolante, e' il fatto che, nonostante i miei notevoli sforzi, e non sono stati nulli negli ultimi mesi, non riesco a  tornare in forma come vorrei. A nulla sono servite diete (fra cui 5:2, intermittent fasting, reduced calories regime), andare in bici a lavoro ogni giorno, andare in palestra anche se con scarsa regolarita'. Evidentemente l'unico modo che il mio fisico conosce per perdere peso e' attraverso lo stress disumano e la depressione suicida. A questo prezzo, allora, no grazie, sto con i miei mal tollerati 5 chili in piu'.
La terza e' la stanchezza cronica. Non importa quanto dorma, non riesco a recuperare. Sono sempre atavicamente stanca. Il piu' delle volte la sera mi addormento insieme ai bambini alle 9.30, azzerando ogni tipo di attivita' di coppia che abbia un senso. Ultimamente ci siamo imposti di guardare insieme Jessica Jones, che e' anche discretamente figo, e giuro devo fare uno sforzo atroce per tirarmi su dal letto una volta che quelli si sono addormentati e trascinarmi in salotto. Ma come mai? Eppure la notte si dorme ormai. Magari ogni tanto mi sveglio in preda a oppressione al petto o a respiro affannoso e scopro che Fabio mi sta dormendo sullo sterno o sulla faccia - in orizzontale - ma a parte questo... dormo. Boh.
La quarta sono i soldi. Non importa se si guadagna decisamente abbastanza, non si sa dove cazzo finiscano tutti quei soldi a fine mese. Certo non siamo qui a contare il centesimo, pero' a 41 anni, dopo quasi 20 anni di onorato servizio, mi vorrei anche poter permettere di buttare via 100 dollari senza doverci pensare 10 volte. E' chiedere troppo? Sono spocchiosa e ingrata?

Nonostante tutto, pero',  fra quattro giorni e' Natale e magari Babbo Natale mi porta una manciata di idee su con che spirito imboccare il 2016, che sara' sempre con poche ferie, sempre con troppi chili troppo sonno e pochi soldi, ma con qualche cambiamento all'orizzonte.

Wednesday, 16 December 2015

Natale con i tuoi

Questo periodo in cui corro e basta e non ho banane nemmeno per farmi la doccia non sembra andare migliorando. Se non fosse che sto accumolando stanchezza e malumore me ne preoccuparei poco, ma tutto 'sto tramestio sta iniziando a farsi pesante sulle mie povere spalle, quando invece vorrei solo godermi lo spirito natalizio.
Dopo 9 anni, cioe' da quando sono espatriata, questo sara' il primo anno in cui non andremo in Italia per Natale e, onestamente, non mi dispiace un granche'.
Le feste sono sempre divertenti a casa, rivedo un sacco di amici e parenti, tutti sono sempre pieni di entusiasmo e di solito passo un bel periodo mangiando e trastullandomi, se pur dovendo incastrare piu' impegni del principe d'Inghilterra.
Pero', specialmente da quando ho permanentemente dato in affitto il mio appartamento, cioe' in concomitanza della nascita della B, a Natale siamo sempre stati strasciconi in case improvvisate, quando ospiti, quando in affitto. Siamo sempre stati bene, nessun frainteso, ma ho sempre dovuto fare un po' di sforzo per far si che quelle case improvvisate, spesso vuote, avessero aria di Natale. Ho sempre fatto alberi al volo, messo addobbi rattoppati ripescati in garage della zia e fatto finta che quelle fossero casa nostra, dove Babbo Natale arriva la notte di Natale con la renna Rudolf e lascia i pacchetti. Meglio traslasciare in questo post il fatto che per Natale siamo sempre stati peggio di Fantozzi e non c'e' praticamente mai stato verso di non incazzarsi per qualcosa o stare in pena per qualcos'altro.
Ecco, quest'anno non avevo proprio il cuore di affrontare l'ignoto e sono contenta che casa nostra sia nostra per davvero, che l'albero sia in piedi da dopo Thanksgiving, che babbo Natale abbia avuto l'indirizzo giusto sulla letterina fin da subito e che soprattutto non io non mi debba ritrovare a correre in lungo e in largo per l'Italia per vedere tutti e non fare torto a nessuno.

 A documentare che per Natale, mi sono sempre impegnata a far si' che sembrasse Natale: nella foto i miei Natali zingari. Da in alto a sinistra a in basso a destra: Sesto 2013, San Niccolo' 2011, casa Texas 2015, zia Teresa 2014 (si fece l'albero a lei, perche' tanto per Natale s'era via).
Buone Feste a tutti se un ci si risente.